Pinot nero

Il 5 giugno 2013 alle 9 e qualcosa imboccava la statale 24, una strada poco percorsa che amava. Era diretto a Gravere, località Colfacero, da Sibille. C’era stato sei anni prima in una giornata di pioggia autunnale, non si era accorto della bellezza del posto. Andava a prendere del Piemonte Pinot Nero del 2011, uno sfuso con i piedi in Valsusa e la testa in Borgogna.

sibille_tre_generazioni Per qualche ragione Fulvio liquidava la cantina, bottiglie e vasche. Due anni di crisi gli guastavano la cassa, le diffidenze delle alture lo isolavano, ripiegava su una trincea più antica, fatta di uve più che di vino, e di animali. Era l’occasione per contemplare tre generazioni, Fulvio, suo padre e suo figlio, incerto sulla strada.

Era ancora presto quando si mise sulla via del ritorno e decise per un pranzo in città. Del resto dove fermarsi in valle? Fulvio suggeriva il Phoenix a Condove. Rimandò. Alle 12 e 10 smontava dal furgone e raccoglieva il casco per recarsi alla Grande Muraglia. No no no no no, non era il vino e il mercato il perno della giornata.

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In quel momento entravano due signori del Dipartimento dell’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari.

Chiedevano una bolla. Poi una fattura. Contestavano che per la tracciabiltà bastasse chiamare il vino col nome del produttore, ci voleva un Registro di Carico e Scarico. Del resto lei ce l’aveva una volta, come mai non ce l’ha più? Per non dovervi incontrare troppo spesso, pensava, ma s’inquietava – ho restituito il Registro quattro anni fa, come sanno, se a loro dire è un controllo casuale?

Si disperava – non posso subordinare tutti i gesti della mia economia a un Registro, non funziona così! Lo sappiamo, ma la Legge è questa. Anzi le consigliamo di cambiare atteggiamento, altrimenti potremmo manifestare un’altra faccia, metterle tutto sotto sequestro e allora sì che può anche darci le chiavi. Le aveva infatti gettate sul bancone, come si fa in questi casi, che venissero loro a lavorare.

Poi guardando gli scaffali enunciavano – sappiamo cosa dice di noi sul suo blog. Faccia attenzione! Le consigliamo di togliere i suoi pareri sull’Ispettorato. Lei rischia una querela per diffamazione. Faccia attenzione!

Si scandalizzò – a questo siamo! alla censura! Non basta più alle leggi ubbidire, bisogna pure stare muti! Ma aveva un sorriso interiore – ecco in carne ed ossa la metà dei suoi quattro lettori, ed erano sbirri. Era diventato il Vaclav Havel del vino sfuso.

Tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi si faranno marchiare sulla mano destra o sulla fronte, e nessuno potrà nè vendere nè comprare se non è marchiato con il nome della bestia o con la cifra del suo nome (Ap. 13, 16-17).

Rubagalline

Era un’ora di sole e vento tra un acquazzone e l’altro, nel cielo di Sessame un falco faceva il palo. Fermo, come una stella polare, mentre quaggiù ogni ramo ondeggiava. Vedemmo la picchiata, ad angolo 5, intuimmo la preda.

Immagine del presente. Drone, acquisizione Gestalt, database, rostro del Repressore. Per il poi sviluppare mimetismo, camouflage, muoversi molto lentamente o meglio ancora fare il morto. Vita sociale catacombale.

Qualche giorno dopo a Calosso pensavamo il poi in altro modo, guardavamo all’orto come via di scampo. Basta con gli ettari di vigna, una giornata a orto è la misura, e una giornata per gli animali. Ahi ahi, a Calosso non ci sono falchi, il nemico è chiamato Gratta e Vinci, che pretendeva al bar le galline migliori siano al Poggio. Il rubagalline, immagine del presente che fa ombra sul poi.

A Clavesana il presente è un controllo dell’Asl. Vogliono certificati di conformità. Delle vasche, dell’acqua potabile, delle esche per i topi, delle bottiglie, dei tappi, dei bag-in-box. Ha trenta giorni per produrli, dopo saranno mille euri di sanzione per ogni certificato mancante. Il domani non è il poi.

A Calamandrana il poi sono associazioni di mutuo soccorso, questa settimana diamo il bianco da Mario, la prossima raccogliamo da Gino. Non aboliamo la moneta, ma riduciamo al minimo la sua circolazione.

A Castiglione Tinella il poi è una stinta mappa su carta pergamena, decifrando la quale un discendente di nome Gioele conterà dieci passi dal vecchio olmo prima di mettersi a scavare. Troverà una mazzetta di banconote fuori corso avvolte in un sacco di plastica incompostabile, che il suo avo preferì nel 2013 nascondere qui invece che farsi incipriare sul conto corrente.

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john_libro_01 And now for something completely different, il libro di John Irving. Non comprare una porcheria a 9,90 in autogrill, spendi 14,50 da me e mettilo da parte per l’estate, sarà un amico pieno di humour sulla spiaggia di Diano o di Follonica. Certo, non parla male di Slow Food (Sai, sono loro che mi pubblicano…), ma ti regalerà un intervallo di fratellanza con i tuoi connazionali e di decisa simpatia per gli inglesi.

Decrescita

Le cose nel GULag migliorarono quando i detenuti cominciarono a giustiziare i delatori.

Fu un’epoca nuova, allegra e un tantino paurosa nella vita del lager speciale. In definitiva, non eravamo fuggiti noi, erano fuggiti loro, liberandoci della loro presenza. Epoca inaudita, impossibile su questa terra: un uomo con la coscienza sporca non può più coricarsi tranquillamente! L’ora dell’espiazione non suona nell’altro mondo, non è rimandata al giudizio della storia; è un’espiazione viva, tangibile che alza su di te, all’alba, un coltello. Situazione immaginabile solo in una fiaba: la terra della zona è morbida e tiepida sotto i piedi degli onesti, spinosa e ardente sotto quelli dei traditori! Non si può augurare altrettanto allo spazio oltre la zona, al nostro mondo libero, che mai ha veduto tempi simili, nè forse mai li vedrà. (Solzenicyn, Arcipelago GULag, III)

Era il 1950, il GULag aveva trent’anni, il sistema allo zenit della potenza. Chi ha orecchi per intendere, intenda.

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E che, ci voleva un Beppe per incentivare la decrescita, quando abbiamo un sistema intero dedicato.

Da luglio sarà esteso il DAco, bolla di accompagnamento vidimata in Comune, anche alla damigianetta dell’ultimo pensionato ansioso di imbottigliare da sè il vino comprato in campagna. In alternativa l’agricolo potrà microfilmare la bolla o inviare in via telematica i dati secondo le specifiche dell’Ente. Mettiamo che l’addetto in Comune sia in mutua, che l’agricolo non sia fornito di telecamera e che i server dell’Ente siano fuori servizio, coincidenza di eventi con una certa probabilità di sussistere, cosa farà il pensionato o il trasportatore? Fissera’ il panorama, in attesa che lo stallo si sciolga. O pagherà la damigianetta in nero. O manderà tutti a cagare. Taxation by regulation, trasferimento di reddito dal produttore al sindacato, dal prigioniero numerato agli amici degli amici.

Ricevo un avviso della Corte d’Appello con il ricalcolo della Tassa Rifiuti, mi addebitano 23 mq in più. Il ricalcolo è retroattivo di cinque anni, più mora più sanzione del 100%. Totale 5000 e rotti euri. Quest’anno pagherei 10000 euri di Rifiuti, io che riciclo il vetro! Chiamo l’Ufficio, l’impiegata mi spiega che dovrò andare in Catasto con la delega e la fotocopia della carta d’identità del padrone di casa. Uh, un mucchio di tempo da perdere, faccio io. Ma lei sarà ben pagato per fare questo, no? fa lei. Per fare questo? Ma dove vive? faccio io. Certo che non vivo dove sta lei, fa lei. Occhio impiegata, che la terra dove posi i piedi non ti diventi spinosa e ardente.

Egregio Sig. Sindaco, si tenga pure i servizi e voglia assecondare la mia secessione. Preferisco essere taglieggiato dalla mafia, essa tutelerà la mia sopravvivenza meglio del Comune, che mi vuole morto.

E quel cliente che arriva con la Panda 4×4. Ha venduto la sua Mercedes 3000, stanco di essere fermato per sapere con quali redditi si permetteva. Racconta dell’amico dentista che gira tenendo nel cruscotto 1) verbale del primo accertamento, 2) dichiarazione dei redditi, 3) atto d’acquisto. Per rilanciare le vendite sai cosa penseranno? Incentivi.

E C. a Calamandrana che mi fa il resoconto annuale. Sono passati tutti, ASL, RepFro, NAS, Valore Italia, Forestali, in totale 11200 euri di multe. 1500 per l’HACCP compilata male, quando per non avere il registro la multa è di 500. Appena se ne sono andati, ho buttato il registro nel putagé, mi conveniva.

E quel cliente che ha messo il patrimonio in un casale toscano e volle fare una piscina per le tre camere e si trovò a dover rispettare la stessa normativa di una piscina olimpionica in cui si tuffano 5000 persone al dì.

E…

Due madri

Del mese trattengo i vini partigiani di Claudio, il Santa Libera dei Ribelli sopra gli altri, un vino che mantiene tutte le promesse della controetichetta, antidoto alla campagna elettorale.

Una mezza giornata per vini di montagna, accompagnato da Giulia di Prever, meglio primi in Val Sangone che secondi a Roma. L’avanà di Casa Ronsil in Chiomonte la Cupa e il pinot nero di Martina in Giaglione del Sole. E un brut, e una vaschetta di Traminer che mi sarei portato via tutta intera.

La lista di Giulia dei posti in cui mangiare in Val Sangone, tra allievi di Scabin, posteri pizzaioli dei confinati a Giaveno e baite in frazioni irraggiungibili. Nulla provammo nel gennaio delle ferie dei ristori, pranzammo presso un food cart nel piazzale di discoteca sulla statale tra Avigliana e Torino, salamella friarielli e maio in formato kolossal, il sole negli occhi e la pace nei cuori, il potere di adesso.

E due madri nello stesso giorno a Montelupo Albese. Quella di Gianpaolo, dopo dieci giorni bloccata a letto. Credevo di passare, ma c’era la porta chiusa. Sette volte sono stata sotto i ferri e ho imparato che se non hai il numero giusto, la tua ora è poi. Mi preparo, per il paradiso, se c’è, e se non c’è, pazienza. Credo e mi rassegno, così mi preparo. Posso dirlo sapendo, la vita è una gran delusione, come potrei invidiare chi vive fino a cent’anni?

Mentre mi educa alla morte, mette su il caffè.

Sobrero è a fare consegne, sua madre è incaricata di darmi le scatole di Dolcetto e farmi firmare la bolla. Compilo e porgo un assegno. Lei lo prende imbarazzata e mi chiede: devo darle il resto?

Inflazione

Apprendiamo che Farinetti non è renziano ma renzista. Chissà se è baricchiano o baricchista, chiamparano o chiamparista, di sicuro è altruista questo capitalista di relazione. E governista, non fosse per i succhi di frutta. Mille a casa e lui è contento, a noi un milione sembran pochi. Galerista agli evasori e patrimoniale per tutti, non è padoaschioppano lui è padoaschioppista.

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Quando le costellazioni si allineano malignamente, non c’è più buona intenzione che tenga, diventa regola l’eterogenesi dei fini. Riflettiamo sulla legge che dal 24 ottobre regola i pagamenti nel settore agricolo e alimentare, 30 e 60 giorni. Mettiamo sullo sfondo la pretesa che a regolare sia chi ha 90 miliardi di debiti commerciali non iscritti a bilancio. Mettiamo da parte la Grande Distribuzione che ha già ben impostato il problema col suo fornitore — io mi metto subito in regola e ti pago a 60 giorni quello che prima ti pagavo a 180, tu mi fai lo sconto del 2 o del 5 percento.

Quello che rimane è il mercato con i suoi milioni di transazioni. Ora la transazione deve seguire un contratto scritto. Senza eccezioni. Se io barista sono rimasto senza cotto per fare un toast e vado dal salumiere a comprare due etti di prosciutto e mi sono dimenticato il portafogli, allora sottoscriverò un contratto in cui si specifica il tipo di prodotto, la quantità, l’anagrafica e la data di stipula. Me ne andrò contento col prosciutto e la certezza di avere evitato una multa da 500 a 500.000 euri. Pazienza per il cliente perso perché il toast andava per le lunghe.

Il salumiere sarà un po’ meno contento, perché emettere una RiBa ha un costo fisso. Lo roderà anche il tarlo della scadenza, perché la RiBa inosservata ha un altro costo fisso, ma soprattutto perché il pagamento oltre i termini lo obbligherà alla denuncia del barista. A chi? All’Antitrust! Per concorrenza sleale! Se non lo farà sarà multato da 500 a 500.000 euri e l’Antitrust lo consegnerà al braccio secolare, la Guardia di Finanza.

C’è da sperare che molto di ciò sia grida come altri 300.000 regolamenti, vigenti, inosservati e ricattanti. Leggiamo alcuni segni dei tempi: l’obbligo alla delazione. Come in Unione Sovietica negli anni ’30, quando la moglie del sabotatore era arrestata per NON aver denunciato il marito.

L’ipocrisia: la denuncia fatta non direttamente alla Guardia di Finanza ma all’Antitrust, che dovrà girarla alle Fiamme Gialle — anticamera della crescita smisurata del personale dell’Agenzia.

La crescita tumorale degli oneri e dei costi amministrativi, patibolo della microimpresa. Alla scadenza va rifatta fattura con l’aggiunta degli interessi, chissà se anche questa andrà nel PIL, sarebbe un modo per far crescere il denominatore, contare due volte le fatture e in più la mora.

Sarà l’alleluia dell’assegno postdatato. Con la facilità odierna dei fidi bancari, sarà un incentivo a viaggi e spedizioni più piccole e frequenti, il just in time alimentare con contorno di CO2, preludio alla scarsità delle merci e all’inflazione dei prezzi.

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Apprendo qualche giorno più tardi che la Ferrero non si piega e va a comprare il latte in polvere in Francia e Grecia, dove potrà pagare con la sua proverbiale puntualità a 180 giorni, mettendo i fornitori italiani di fronte al licenziamento e alla chiusura.

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Ho avuto di nuovo la RepFro in negozio. I Repressori mi hanno contestato molti nomi dei vini. Già usavo delle sigle, ma non vanno bene neanche quelle. Dct o nbl sono allusivi, come l’oracolo non dicono ma accennano e il monopolio di Stato sui sostantivi non tollera neanche questa concorrenza sgangherata.

Mi piacerebbe approfondire la linguistica del Ministero. Se la struttura consonantica è proibita, lo sarebbe anche quella vocalica? Oeo oppure eioo mi sarebbero consentiti? E un anagramma, potrebbe andare? O se crittografassi i nomi autentici e distribuissi il codice ai clienti, sarei giudicato colpevole?

Nei primi anni Trenta Stalin appoggiò le teorie di N. Marr, secondo il quale a) la lingua era un fenomeno di classe (una sovrastruttura sui rapporti di produzione) e b) tutte le parole derivavano dai suoni rosh, sal, ber e yon. I linguisti di diversa opinione vennero imprigionati o fucilati. Nel 1950, all’età di settant’anni (e immerso fino al collo nella crisi coreana), Stalin trovò il tempo di scrivere o almeno supervisionare una rabbiosa denuncia in 10.000 parole delle tesi marriste. Conquest riporta una delle sue tipiche frasi: “Quegli accademici – Stalin scriveva con orrore – si erano arrogati troppo potere”. E toccò ai marristi essere rimossi dai propri incarichi. (Martin Amis, Koba il Terribile, Einaudi, p. 172)

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Veniamo alle cose serie, amico. Sto per aumentare tutti i prezzi. Per avidità? Vieni a passare una settimana con me, vedrai che tenore di vita. Non ho scelta, sono di fronte a forze più grandi che me l’impongono. L’occasione sono gli aumenti del vino all’ingrosso in tutte le fasce di prezzo, ma questi arrivano all’ultimo atto, dopo una lunga serie di aumenti. Il gasolio, i contributi, le tasse comunali, le tasse regionali, le tasse statali, le assicurazioni, le banche, le poste, i trasporti, l’energia elettrica, il gas, un punto di iva prima, un punto di iva poi e molto dimentico.

Il mercato di fronte a consumi magri ha creduto di poter assorbire questo quotidiano arretramento dei margini di profitto senza toccare i prezzi. Adesso è con mezzo piede sul solido e il calcagno sul vuoto. Si diffonde lo stato d’animo Al diavolo! Non si può continuare così!. La cosa interessante è il movimento collettivo, c’è stato il tempo per comprendere e adesso è il momento di concludere. Saranno aumenti sostanziosi e uniformi, sicuramente nel settore del vino, ma temo nel settore alimentare e in tutti i settori. E’ l’inflazione, bellezza, e tu non ci puoi fare niente.

Ricordo che secondo la Scuola Austriaca l’inflazione dei prezzi è solo l’effetto finale dell’inflazione monetaria, provocata dallo Stato e dalla Banca Centrale. Se cerchi avidità, è là che puoi trovarla.

Fermarsi

A proposito di politica: cosa si mangia oggi? Ispirato da Totò e Tyler Cowen (every meal counts), ti do’ la mia guida dei posti dove fermarti a pranzo per credere che non tutto è perduto.

Se sono in Alta Langa Astigiana, scendendo mi fermo a San Marzano alla Viranda. Non molto innovativo – sformato di cardi, tajarin, arrosto e bunet – ma il conforto delle generazioni e un ambiente di verità, l’essere è e il non essere non è. Bella scelta tra i vini di Claudio.

Se sono a Calosso posso andare alla Gallina Sversa, molto valido. Me lo consigliò Giovanni Ruffa aka Cormac.

A Canelli per meno di 10 euri sto bene ma secco alla pasticceria Bosca.

A Costigliole sto al Caffè Roma, da Gino, me la cavo con 16 euri. Se c’è, prendo il sushi di fiume.

Sulla strada per Dogliani mi fermo a Moglia da Duvert, piatto piccolo di verdure e frittate più birra piccola, sto sui 10 sacchi senza rimpianti.

Tra Alba e Bra andrò a finire da Eataly a Monticello. Con 14 euri sarò in minima grazia di Dio con piatto e bicchiere di vino, il pane buono e abbondante. Non fosse per tutta quella didattica che cola dai muri come il cerone dalla ruga dell’ipocrita.

Se sono già in autostrada posso ancora fermarmi a Rio Colorè, un caso unico tra le aree di sosta, con panini freschi per l’appetito e la gola. Non quelle cose di gomma e di gelo a cui saranno condannati i possessori di azioni Autogrill.

In città la focaccia di Recco migliore è quella di Giovanni Stop Pizza in via Cibrario.

Mi piace sempre il buffet della pizzeria Il Cavaliere in corso Vercelli. Il vino è buono, verdicchio e montepulciano di Cherubini, Alfredo è buddista e ti ricorderà che tutto scorre.

In centro mi piaceva andare da Consorzio, ma ormai devi prenotare, sta sulle guide che contano. Allora vado da Crudo in via Palazzo di Città, good value for price.

Adoro le minestre, La Grande Muraglia ne fa una con le coste, degli spaghettoni fatti a mano e una costoletta di maiale galleggiante, che è proprio di mio gradimento, anche se non sono così pratico con le bacchette. Non hai alternative alla birra cinese, peccato.

Se mi sento carnivoro, posso andare al kebab di corso Giulio, più o meno al 70, per la grigliata anatolica. Il contorno è un po’ buttato lì, ma la focaccia di accompagnamento è ottima.

Spartiacque

tyler_cowenMontrevel en Bresse è un posto abbastanza fuori rotta per sentirsi lontani, non ci sono insetti spaventosi e puoi crederti felice sotto un albero con un libro in mano. Dissidenti sovietici per capire l’ambiente, Grande Depressione per capire il futuro, e un economista di scuola austriaca per uno sguardo sul food.

Uno di quella scuola che gli altri economisti giudicano una setta, perché non ci sono formule ma buon senso, e il perno è che l’impresa crea ma lo stato distorce. Quelli del Crack Up Boom, altro che luci e tunnel e falsità varie.

Ho seguito le sue istruzioni — meno recensioni su Google e più domande a benzinai — e mi sono trovato a Montbellet da Jean de Saône, sulla riva destra a mangiare pescetti fritti e una prezzemolata di rane. Sulla riva sinistra campeggiatori si bagnano e frisone si abbeverano, sembra un’India.

I francesi hanno il bagno senza bidet, le strade pulite e le cose che marciano. Quando qualcuno ha un’esitazione a dirti come vanno gli affari, allora hai un incontro. Il mio incontro quest’anno l’ho avuto nel Beaujolais, a Julienas, si chiama Franck Besson. Fa un metodo classico da uve gamay di un rosa pallidissimo, di nome Granithe, di grande finezza. E’ un omone che sorride con ombra malinconica, abbiamo la stessa ritrosia a dire come va, siamo subito fratelli.

Passai lo spartiacque in Franca Contea diretto a Colmar per vedere i chiodi di Grunewald. Volli altro Crémant e mi fermai – ahi! sosta breve – a Blebenheim. Fui stregato dai bianchi d’Alsazia.

Di ritorno a Montrevel vidi alle 7 di mattina Louis Monnier, Maître Restaurateur, in cima a una scala che puliva i gerani. Pranzai chez lui con menu business e una bottiglia di Gewurtztraminer del ’98, fui sazio di eleganza e di sostanza. Ebbi un’addizione su carta avorio da 120 grammi scritta con grafico pennino intinto in calamaio color seppia. Pagai commosso.

Torno al campo di corso Belgio. Superata nella canicola l’insegna Arbeit macht frei, sono accolto dalla potatura agostana degli aceri ridotti a nude croci, memento della regola municipale, il detenuto non goda in eccesso del ristoro dell’ombra.

Buono e meccanizzato

alan_01Gli ho chiesto con chi si misurasse lì a Moncalvo, col vino di chi dicesse è più buono del mio. Alan ci pensa un po’ su, poi dice non sono rimasti in tanti a Moncalvo a fare il vino, per trovare da confrontarmi devo andare fino a Grazzano, ad Alfiano Natta. Come mai? Più quantità che qualità e prezzi bassi per stare anche nella quantità. Mi sovviene che altrove ho sentito parlare di Moncalvo come di zona depressa.

Alan Bollito è giovane, ha studiato in Svizzera, ha terra. Fa un’agricoltura convenzionale e meccanizzata. Con la vendemmiatrice francese raccoglie il suo e anche d’altri, se fai due conti vedi la convenienza con la manodopera. Macchine costose che si ammortizzano, in questo Monferrato ampio con pendenze dolci.

Alan e suo padre sono l’azienda. E con queste forze quanta carne mettono al fuoco! Gli ettari di vigna, il vivaio, le capre, il formaggio, l’agriturismo, i salami, lo spaccio… Non sarà tutto in ordine, se passi il dito tirerai su polvere, ma è l’agricoltura, bellezza!

Da suo padre ho ascoltato queste parole mentre riempivamo una cisterna. Sono un uomo da un vino solo, e questo vino è la barbera. Dammi un vino siciliano o pugliese o umbro, ne berrò un bicchiere e poi vorrò tornare alla barbera. Una barbera come questa, non troppo concentrata, che mi chiami a bere un altro bicchiere. Non mi va neanche il grignolino o la freisa, troppo aspri. E non mi va il vino vecchio. Te lo dico dopo tre anni di AIS, la complessità, i terziari, tüte bale. E quando assaggiamo un vino, io e Alan ci mettiamo lì e facciamo pranzo e beviamo e capiamo se quel vino ci piace o no.

Crescita

Intanto si dekulakizza. Poi si cresce, dice.
    
    Se la prima è una tragica primizia della farsesca seconda volta, leggiamo come andò allora, nelle parole del professor Grossman.

Tutti, durante l’inverno, si erano chiesti: avremo un raccolto? Chiedevano ai vecchi, si portavano esempi, tutte le speranze erano riposte nel frumento vernino. E le speranze si avverarono, ma non riuscirono a falciarlo. Io entrai in un’isba: chi respirava appena, chi non respirava ormai più; gente distesa, chi sul letto, chi sulla stufa; e la figlia del padrone, una che conoscevo, era stesa sull’impiantito in una sorta di di delirio, coi denti rosicchiando il piede di uno sgabello. E il tremendo fu che, avendomi intesa entrare, non si voltò a guardare, ma emise un brontolio, come fa un cane se ti avvicini mentre sta rosicchiando un osso.

Deutsche Dogliani

Ma come può durare?

Quando T. nel Roero fece la cantina a norma, si accorse che lavorarci era impossibile. La adattò per l’uso e non fu mai più a norma. Idem per il trattore: quando lo compri nuovo, la prima cosa che fai è togliere tutto lo scatolame di sicurezza, altrimenti neanche arrivi al cardano. O sei in regola sdraiato sotto il fico, o fatichi irregolare.

A Barosi capitò un controllo della Repressione Frodi lo stesso pomeriggio in cui lo controllavano due carabinieri. S’incontrarono sulla soglia, quelli che entravano e questi che uscivano. Scusate, ma se dedicate tutta questa energia a me che faccio ventimila bottiglie, quante volte andate da chi ne fa un milione? Risposero che dal milione non andavano, perché aveva qualcuno a busta paga per occuparsi delle norme.

Quest’anno gli hanno contestato l’etichetta del Langhe Nebbiolo doc. Doveva essere Langhe doc Nebbiolo. Fa da quattro a quindicimila euri, grazie. Se uno poi volesse chiamarsi fuori dalle doc infami, non potrebbe scrivere imbottigliato all’origine, perché origine è riservato alla o di doc. Nè potrebbe scrivere dall’azienda agricola pinco, ma solo pinco, non chiedermi perché, tutto per la tutela del consumatore. Riflettiamo sulla perversa piegatura del linguaggio, sul significato sradicato ma autorizzato d’ufficio.

Li conoscerai dai loro frutti.

I controlli erano conseguenti a controlli sugli enti certificatori, perciò mirati ai pochi produttori biologici. Ecco che toccò anche a Reichmuth, colpevole di avere scritto l’anno di vendemmia su un vino senza doc. Fa da quattro a quindicimila euri, grazie. Reichmuth con le lacrime agli occhi, di rabbia denke ich. Nessuno potrà capire, quando lo racconterò in Svizzera.

Conosciuto Reichmuth un anno fa, un vero spirito libero. Si definì omeodinamico, biodinamico omeopatico. Da anni coltiva naturale spinto, rifiutando anche il rame. Con risultati: tornano le formiche a mangiare i pidocchi, ad aerare il terreno. La flavescenza c’è sempre stata, ma si portava via tre piante l’anno, non diecimila. Il vero segreto è non far nulla, come sapevano in Borgogna fino agli anni ottanta, inizio della modernità.

Chiesi da quanti anni era qua a Dogliani. Disdöt. Si rivolse alla moglie in tedesco, poi di nuovo a me. Tra nuiauti parluma nen piemunteis.

Marcelin ‘d San Luis, così lo chiamano a Dogliani.

Ancora convinto, chiesi. Sì, ma il paese fa schifo, troppa burocrazia, troppe leggi, tutta la tecnologia diventata strumento di controllo.

I suoi vini hanno il problema di non essere tipici per doc e fascette. Dolcetti invecchiati, anche del ’99, cinque anni in botti da 50 quintali e anni poi in bottiglia, diventano dei cru di borgogna per complessità. Merito dei tannini, veri responsabili del vin de garde. Sì lo so, dissi, costano 500 euri al chilo. Sorrise…

Confronta il livello psichico dello zelante impiegato della Repressione Frodi e quello di Marcelin ‘d San Luis, poi dimmi che effetto ti fa dover andare a cercare l’anno nel numero di lotto sull’etichetta della sua bottiglia. Ti fa vomitare? Di rabbia denke ich.