Frizz_andino

Strade Sterrate! Le uniche ormai a consentirti di scorciare. Oh gioia euclidea di unire sobbalzando due punti per la via più breve, dimentichi per un tratto del tortuoso senso unico urbano, imposto dall’indimostrabile intelligenza assessorile del bene comune. Quanto risparmio di tempo e di carburante e di inquinamento dalla semplice abolizione del Senso Unico! Questa sì sarebbe una riforma, che libera energia psichica, che ti scatena dallo spazio amministrato.

Anche solo per queste associazioni d’idee saremmo sostenitori del Collettivo Strade Sterrate, una blanda rete di viticoltori bio con attestato o senza, il cui elenco deve stare soprattutto nella loro testa, perché non sono riuscito a entrarne in possesso.

rossounito

Strade Sterrate si materializza per ora in due vini, RossoUnito e Bolle Senza Frontiere, concepiti come unione di vini di provenienza diversa attratti dall’amicizia e l’idem sentire di chi li fece. Nel rosso, imbottigliato a Offida, abitano il Sulì del Cont di Claudio Solìto della Viranda, il Piceno di Aurora e del gaglioppo calabrese di non ricordo chi. Risultato buonissimo, rapporto qualità-prezzo da nodo al fazzoletto.

Vini di vini dunque, un settimo continente dei terroir, che trova meno consistenza nell’orgoglio del sostrato geologico che nella nostra comune ignoranza dell’humus.

bollesenzafNel bianco abitano del cortese di Valli Unite, del pecorino di Aurora, un po’ di mantonico calabrese e del mosto di chardonnay di Claudio Solìto. E’ un rifermentato in bottiglia ma sboccato – si vede che a Claudio non piace il sedimento. E’ lui infatti che l’ha imbottigliato. Anche le bolle sono BPG – buone pulite e giuste.

Sono etichette dove c’è da leggere, perciò ne riporto le parole.

Rossounito. Questo vino nasce da un progetto tra viticoltori prevenienti da territori lontani ma vicini nei valori e nel modo di sentire, che vogliono confrontarsi, rompere con gli stereotipi culturali ed affermare la superiorità della sola e unica madre terra, mescolare la passione per la vita/e e i suoi molteplici linguaggi per dare l’avvio ad un’unica musica.

Bolle Senza Frontiere. La salvaguardia del territorio, la restituzione del valore della socializzazione, dell’incontro e della discussione, sono gli obiettivi del Collettivo Strade Sterrate che, dopo Rossounito, coinvolge altre persone ed esce con questo vino frizz_andino, sinonimo di festa e leggerezza. Un viaggio al di sopra di ogni mercificazione.

Grave

Questo non è un paese per la manutenzione ordinaria, se vai per lambrusco la Secchia rompe gli argini, se vai per bianchi aromatici si radunano gli alpini e a Pordenone raduno alpini vuol dire die totale Mobilmachung — difficile trovare da dormire e poca attenzione in cantina.

Recommi da Gelisi Antonio per il Vino della Santa Messa, in una Grave vitata tra i capannoni. Raccoglievo le scatole quando Antonio ebbe lo scrupolo di accertarsi: Ma lei è un commerciante di articoli religiosi, vero?

Mi vidi da prospettiva nuova, ilare luce mi attraversò. Dunque potevo sembrare questo, e ciò nonostante il furgone da zingaro. Confessai il vero.

Ah no, allora mi spiace ma non posso darglielo. E’ un vino per le parrocchie, ho un’autorizzazione da diritto canonico, c’è una procedura, l’uva va lavata, appassita per cinque giorni eccetera, non posso vendere le bottiglie così, sarebbe un mettere le cose sottosopra. E’ come un vino kasher. Sì, ma un vino kasher lo potrei ben vendere. Ben valà, te lo sè come i zé i ebrei co i schei. No sse fa gnente.

Da Quinta della Luna una Grave più selvaggia si presenta come sasso. Avrà un diametro di 15 cm, rotondo ma non levigato, sta sul banco e ferma un foglio scritto a mano, Sono un sasso e mi esprimo nel silenzio. Anticipava il letto della Cellina, vero pezzo di luna sassosa, che lungamente traversai in direzione Spilimbergo, per trovare cosa cercavo.

Tornai per i colli trevigiani in cerca di idee. Amai con gli occhi Susegana e finii dal grande Gregorio. Ebbi in dono una sopressa e storie. Mi piacque quella di Bisol, produttore di successo e uomo più elegante del mondo, che vendette quote di prosecco per il tenore di vita.

Dormii nel silenzio della zona industriale di Thiene – esso scade alle 6:00 – dopo aver cenato con un amico che fatica a respirare. Avrei voluto che fossimo quaccheri, capaci di aspettare nel silenzio, invece onorammo la nostra essenza e il più e il meno impreziosirono di fiato stentato.

A pale red wine

Di marzo 14 ricorderò cose che non furono. Che andai per la terza volta ad Alfiano Natta località Cardona per comprare da Crealto qualche bottiglia di Marcaleone, il grignolino che una volta faceva Quarello e ora due giovani famiglie di Genova. E che tornai a mani vuote perché le due giovani famiglie di Genova mi imposero il giro lungo dei distributori di vini naturali. Se non è pietra sopra, fu per amor di Genova.

Mi consolai leggendo un ritratto di Angelo Gaja scritto da Matt Kramer.

“Thirty years ago my colleagues saw being a leader in Barbaresco like being a leader in Grignolino,” Gaja adds with the barest tinge of bitterness. Grignolino is a grape that creates an inconsequential pale red wine that once was popular among the local farmers.

Inconsequential.

Colli tortonesi

Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio; né, se non ne mangiamo, veniamo a mancare di qualche cosa, né mangiandone ne abbiamo un vantaggio. (I Cor, 8,9)

Dimentico dell’apostolo, mi ritrovai sui colli tortonesi, cercavo quel vino trovato esatto per compagnare i tajarin laici ma kosher di un monaco moderno della pasta all’uovo. Indicazione, la casa viola sulla 130.

Trovai il druido, giovane e di nome Andrea. Voglia o non voglia, Pasqua con la foglia, ma questo giro la foglia è già. Bisognerebbe andare a curare, ma il fango fatica il doppio, il celta è in cantina aspettando il vento.

Hai nebbia, i colli senza capannoni non vedi. Non li vede il milanese, che li attraversa in direzione Langhe, dove i capannoni non mancano. Non fosse per Walter Massa e il timorasso, chi saprebbe che anche qui c’è il sacro. Farinetti lo intervista insieme a Gaja.

Andrea Tirelli qui crebbe e tornò dieci anni fa, quando uno zio stanco donò la terra. Sui colli la gioventù scarseggia, ma la terra non si affitta — circolo vizioso già trovato altrove.

Il Muntà è da uve cortese, ma che importa. Non è un orange, è che sta mesi sulle fecce fini e gli vengono spalle larghe, una persistenza affermativa, una durata di anni. Ho avuto in dono una bottiglia del 2005, ed era una fresca pietra balsamica.

I rossi, una barbera, quel dolcetto anomalo di queste parti, una freisa, hanno in comune il colore profondo e la terrosità di un sistema periodico. C’è sotto una faglia di appennini che sfregano, che sia per questo?

O che sia pedologica, dovuta al biodinamico, venti erbe diverse in un metro quadro? Biodinamico non dichiarato, e neanche biologico, e neanche doc, a evitare bigiotteria che distragga e sbirri che multino, sola onestà del prodotto. Oh filosofia tortonese, che il buon lavoro paga, non so se sei vera, ma che pace che dai!

Paga secondo una contraddizione ben nota, che sia più facile trovare il Muntà a Melbourne che a Tortona. Del resto, non trasvolano anche la mozzarella di Eataly e il gelato di Grom, questo almeno scade tra 20 anni…

Lambruschi

Feci quasi tutto il viaggio sotto l’acqua con l’acqua nel serbatoio, qualche benzinaio di provincia aveva voluto alzarsi il margine. Col motore che strappava, smarrito nel buio padano, dormii a Mantova all’Albergo Italia, come un ceronetti. Cenai con cappelletti in brodo troppo al dente. Fui a Quistello alle 8 e 30 precise, per il lambrusco ero già in coda. Ottenni in omaggio un barattolo di sugoli per il tempo perduto di mio padre.

Proseguii verso Modena, seguivo le indicazioni di Stefano Menti. A Sorbara polizia bloccava strade, ma via Cristo era aperta, scesi alla Cantina Paltrinieri. Giornata inopportuna per degustazioni e acquisti, il cielo clemente ma la Secchia no. Non esondata, ma fluita per la breccia di un argine più a monte, prima 20 poi 50 poi 150 metri, l’acqua era scivolata verso il Panaro e copriva i campi un chilometro più in là.

paltrinieriAlberto non aveva la sera prima obbedito allo sfollamento, ma in cantina aveva spostato tutte le bottiglie sugli scaffali alti e in casa avrebbe mal che andasse portato la mamma al piano superiore. Adesso viveva un momento di concitazione, tra squilli di cellulare, un tempista cliente che non voleva andarsene senza vino, istruzioni da dare ai lavoranti.

Ma era anche un momento di esaltata conoscenza. Mi spiegò il disegno dei due fiumi, quasi una X dagli Appennini alle foci, con Sorbara situata dove si avvicinano. Me lo diceva nonno Achille che questa è un’altura — e sentivo la sicurezza che lì non saremmo sommersi. A inquadrare la situazione, dirò che di due forse tre metri si trattava, impercettibili pendenze padane che salvavano. La mamma sarebbe rimasta al piano terra.

Mi rimetto in strada per Campogalliano, esco dall’alluvione. Al Podere Il Saliceto mi accoglie Gian Paolo, naso rotto da ex pugile e un centro interno di allegrezza. Qui il lambrusco è Salamino, mi pare più animale. Ma Gian Paolo ama i vins de garde, è nel suo Malbo Gentile che più si specchia.

Qui tutto mi piace, il granaio adattato a cantina, il cemento come scelta economica, la bassa tecnologia – un termosifone elettrico e un manometro per la rifermentazione in bottiglia -, la filosofia di un passo per volta, il piacere di far fatica, la coscienza che non si scherza col prezzo, l’invito estivo e la promessa del gnocco cucinato di persona, lo mangeremo qui sull’aia e staremo in grazia di Dio.

25 watt

Mentre si aspetta la oh tanto verosimile ripresa, che sarà rimandata di trimestre in trimestre finché assunzioni statali e inflazione non producano quello 0,01 di più pil italico, si pensi rosa. Anzi, rosé.

Come sostegno traduciamo un articolo di Matt Kramer del 2006, senza neanche chiederci come mai da noi non si scrivano sul vino cose del genere, nonostante le scuole di scrittura partecipate da quello e le università del gusto presiedute da questo, o forse a causa. S’intitola Il Vino da 25 Watt.

Ho sempre cercato di mettere chi incontro — e cosa bevo — in un contesto storico. Per esempio, quando visito un’azienda agricola, chiedo sempre quando  si allacciò per la prima volta alla rete elettrica. Rimarreste stupiti a sapere quanto è stata recente l’elettrificazione in molte zone degli Stati Uniti. Ci dice molto su come erano le vite delle persone e quanto sono cambiate.

Anni fa, quando ero ancora un food writer, visitai un coltivatore di cipolle a Vidalia, Georgia. Il mio coltivatore di cipolle era sulla quarantina all’epoca. Gli chiesi se ricordava la volta che arrivò l’elettricità in fattoria.

“Lo ricordo bene,” rispose. “Ero ragazzo al tempo. Erano gli anni ’50. Avevamo un filo che calava dal soffitto sul tavolo da cucina. All’estremità del filo c’era una lampadina nuda. Quando girammo quell’interruttore per la prima volta, fu la luce più brillante che abbia mai visto fino ad oggi. Era una lampadina da 25 watt.”

Penso a questa storia ogni volta che bevo un rosé. Perché un grande rosé — sì, una tale cosa esiste — non è semplicemente piacevole. Invece, un grande rosé ci ricorda che del vino la potenza non è tutto. Un rosé non fatto con la sinistra, ma come ciò che potremmo chiamare un “vino intenzionale”, è la prova che in rosa si può anche pensare.

Certo, i rosé sono piacevoli. E, sicuro, nessun rosé è sinfonico come un vino rosso pieno. Ma possono essere avvincenti, persino originali — specialmente se superiamo quel pregiudizio di colore che ci fa dismettere un vino rosa pallido come intimamente insostanziale.

La prova? Tastate il Cerasuolo di Torre dei Beati nella zona del Montepulciano d’Abruzzo, o il Chiaretto di Provenza nella zona del Garda.

La Francia, naturalmente, va famosa per Tavel e la vicina Lirac nella Valle del Rodano meridionale, con i loro rosé in prevalenza a base di Grenache. Tavel ha la distinzione di essere la sola denominazione in Francia — nel mondo, più probabilmente — dedicata esclusivamente alla produzione di rosé.

Questi e molti altri rosé — come i rosados in Spagna, molti dei quali a base di Grenache, forse l’uva migliore per i rosé — seducono. E rinfrescano. E si amano facilmente.

Di più, la storia del vino dimostra che rosé non è mero ingollare. Vale la pena richiamare che gli stessi vini che hanno permesso ai borgognoni di trarre la loro grande distinzione agricola erano, in effetti, quello che noi oggi chiameremmo senza esitazioni dei rosé.

I rossi come li conosciamo richiedono una prolungata mescolanza del succo con le bucce ricche di pigmenti. (Quasi tutte le uve producono un succo incolore.) Questo richiede grandi tini o botti, poiché le bucce fanno ingombro.

Guardando le scene di vendemmia negli arazzi francesi del 1400, comunque, non si notano grandi tini per la fermentazione. Di fatto non appaiono fino al 1600. E anche allora i tini non erano usati per quello che i francesi chiamano cuvaison, che è il processo di lasciare fermentare il mosto di uve rosse con le bucce.

Ancora nel 1807, quando appaiono i veri rossi di Borgogna, il ministro francese dell’agricoltura, Jean-Antoine Chaptal, descrive così il metodo tradizionale di fermentazione in Borgogna: “I vini più leggeri di Borgogna non possono avere una cuvaison più lunga di sei-dodici ore. Il più famoso di questi vini è il Volnay. Questo vino, così fine, così delicato, così piacevole, non può stare in cuvaison più di 18 ore e non dura da una vendemmia all’altra.”

Tuttavia in quegli anni, praticamente ogni premier cru di Volnay che noi oggi veneriamo — in realtà ogni vigna significativa di premier cru e grand cru in Borgogna — era già stato identificato e qualitativamente giudicato.

Questo ci dice che amplificazione non è uguale a sostanza. I nostri antenati intenditori sapevano sentire il volume in un sussurro. Il loro mondo sensoriale era calibrato in modo diverso. Come per il mio coltivatore di cipolle, per loro la luce non era affatto fioca.

I nostri tempi sono differenti. Abbiamo bisogno di vini più perentori. Tuttavia i rosé non solo esistono ancora, ma i migliori sono più buoni che mai, anche se non siamo più in grado di fare esperienza dell’antica intuizione di un rosé di Richebourg.

Moscato

Op op, il cavallo dei Rivetti è un bellissimo stallone da tiro che i fratelli posseggono per snobismo e l’aratura a trazione animale operazione mediatica ben preparata, da svolgersi su quella giornata di vigna e solo quella. Spenti i riflettori, staccato il cavallo.

Gianni Doglia li ha 200 metri sotto, può ben essere testimone affidabile. Conosco vignaioli che raramente bevono vino, Gianni fa parte dei curiosi. Cercatore di profumi e immaginifico nel descrivere (conosco vignaioli che non gli estorceresti una metafora neanche sotto tortura), è da lui che ho meglio imparato a pensare un nebbiolo come una violetta o un arneis come un’albicocca.

Lo sentii parlare di barbera a un tavolo dell’Oca Giuliva. Dalba o Dasti? C’è dunque la stessa differenza che passa tra una bella donna e una donna bella. A voi completare il disegno, si sappia solo che la donna bella è quella che va frequentata, ne vanno amati i pudori, vanno valicate lontananze, muri dell’acidità. Si sappia che Gianni, come Soldati, si schiera per la barbera sul lato destro del Tanaro.

Ma è col moscato che si è guadagnato il rispetto del mercato e dei vicini. Non è il suo un moscato alla Bera burroso, ma etereo di salvia, di menta, di pesca bianca. Quest’anno imbottiglia per la prima volta un cru di moscato, Casa di Emma o di Carla non ricordo, che tende della pesca al giallo. Lo vorrebbe compagno anche di un formaggio stagionato — Soldati non beveva moscato su una fetta di salame?

Perché nel mondo c’è o c’è stata moscatomanìa, si è piantato moscato qui e là, e si fa moscato da più di un dove. Quello d’Asti però evolve in modo diverso da quello, che so, pavese. Quest’ultimo dopo un anno scende in pendenza accelerata, il primo ci mette un po’ di più a raggiungere il picco, scende poi più dolcemente e dopo due anni si stabilizza verso un arancione, la macedonia! Si va dunque da questo è un po’ stanco dopo un anno a càspita come tiene bene dopo due.

Moscato, vino di territorio ma tecnico. Dal sacco di juta come filtro di due generazioni fa al controllo della temperatura, l’uva va vinificata in fretta per minimizzare l’ossigeno, ci va l’ausilio del laboratorio. Perché, Bera dice che usa lieviti autoctoni?

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grazie_a_tutti_192Ma che gusto c’è a parlare di vino, assomigliando a orde di brillanti food writer cresciuti simpatici alla Scuola Holden partecipata da Farinetti? Cavo di più a ripetere ossessivo che fa schifo come ossessivamente tassano, accise sugli spiriti, accise sul gasolio, pranzo in mensa scolastica a quasi 10 euri! Immondizia alle stelle! Quotata in Borsa! Il Nuovo Catasto regolato sulle offerte immobiliari! Il cento per cento a Cesare! A Dio un F35, vero, ministro di CL?

Bitcoin

Ce n’è uno nuovo, anche lui vede luci. Matrix amatriciana. Ingigantisce intanto la già mutante rostrata mano che prende. Essa non abbassa, rimodula, come un usignuolo. La mano che dà si demoralizza come il vinto. C’è meno rischio a credere alle luci o a fare scorte?

Con Havel, ignorali. Con un vecchio papa, non avere paura. Anche se non sarà divertente.

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Vanchiglietta non è Kreuzberg, vero, ma noi accettiamo bitcoin.

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Qualche giorno nella Bresse, come d’abitudine. Comprato qui, qui, qui, qui e da Sylvie e Pascal Pauget, che non hanno sito internet ma stanno in un paese di poche case in pietra dove il sano di mente vorrebbe abitare, sulla strada tra Tournus e Cluny. Pochi chilometri prima una replica più boheme, Chapaize.

Metodi classici e diversi esempi di pinot nero della Borgogna del Sud, che sta alla Cote d’Or e alla Cote de Nuits come il Monferrato alle Langhe, vino meno caro e più accoglienza. E’ in questa Borgogna che mi specializzo.

Vendono parecchio in cantina ed esportano, gli affari non c’è male. Sulle prime tentai in stentata lingua di spiegarmi inquilino degli ultimi tempi, poi rinunciai. Tanto dopo di noi, loro.

Lacrimogeni

Se per quanto ministeriali, impiegati in numero di due si sentano autorizzati ad andare per aziende a minacciare punizioni non per reati contro la salute pubblica, ma per opinioni espresse su privato sito web e consonanti con lo spirito di Mario Soldati, ci si immagini cosa potrebbe accadere all’amministratore se si permettesse di affermare che il commento della Bugiarda agli scontri del 19 luglio sulla Via dell’Avanà merita tuttalpiù disgustata commiserazione. (Cosa aspettarsi da due etti di cellulosa in cui la cosa più leggibile è la paginata quotidiana di Farinetti?)

Perciò ci limiteremo al vino, per assicurare i clienti che il nostro avanà sfuso NON sa di lacrimogeno.

bugiarda

 

Pinot nero

Il 5 giugno 2013 alle 9 e qualcosa imboccava la statale 24, una strada poco percorsa che amava. Era diretto a Gravere, località Colfacero, da Sibille. C’era stato sei anni prima in una giornata di pioggia autunnale, non si era accorto della bellezza del posto. Andava a prendere del Piemonte Pinot Nero del 2011, uno sfuso con i piedi in Valsusa e la testa in Borgogna.

sibille_tre_generazioni Per qualche ragione Fulvio liquidava la cantina, bottiglie e vasche. Due anni di crisi gli guastavano la cassa, le diffidenze delle alture lo isolavano, ripiegava su una trincea più antica, fatta di uve più che di vino, e di animali. Era l’occasione per contemplare tre generazioni, Fulvio, suo padre e suo figlio, incerto sulla strada.

Era ancora presto quando si mise sulla via del ritorno e decise per un pranzo in città. Del resto dove fermarsi in valle? Fulvio suggeriva il Phoenix a Condove. Rimandò. Alle 12 e 10 smontava dal furgone e raccoglieva il casco per recarsi alla Grande Muraglia. No no no no no, non era il vino e il mercato il perno della giornata.

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In quel momento entravano due signori del Dipartimento dell’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari.

Chiedevano una bolla. Poi una fattura. Contestavano che per la tracciabiltà bastasse chiamare il vino col nome del produttore, ci voleva un Registro di Carico e Scarico. Del resto lei ce l’aveva una volta, come mai non ce l’ha più? Per non dovervi incontrare troppo spesso, pensava, ma s’inquietava – ho restituito il Registro quattro anni fa, come sanno, se a loro dire è un controllo casuale?

Si disperava – non posso subordinare tutti i gesti della mia economia a un Registro, non funziona così! Lo sappiamo, ma la Legge è questa. Anzi le consigliamo di cambiare atteggiamento, altrimenti potremmo manifestare un’altra faccia, metterle tutto sotto sequestro e allora sì che può anche darci le chiavi. Le aveva infatti gettate sul bancone, come si fa in questi casi, che venissero loro a lavorare.

Poi guardando gli scaffali enunciavano – sappiamo cosa dice di noi sul suo blog. Faccia attenzione! Le consigliamo di togliere i suoi pareri sull’Ispettorato. Lei rischia una querela per diffamazione. Faccia attenzione!

Si scandalizzò – a questo siamo! alla censura! Non basta più alle leggi ubbidire, bisogna pure stare muti! Ma aveva un sorriso interiore – ecco in carne ed ossa la metà dei suoi quattro lettori, ed erano sbirri. Era diventato il Vaclav Havel del vino sfuso.

Tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi si faranno marchiare sulla mano destra o sulla fronte, e nessuno potrà nè vendere nè comprare se non è marchiato con il nome della bestia o con la cifra del suo nome (Ap. 13, 16-17).