Vino che mussa

cadelpreteGiorgo Ferrero è pronipote di viticultori. E’ con lui che l’azienda passa dalle damigiane alle bottiglie con il marchio Ca’ del Prete. Il vino della sua infanzia era il freisa vinificato dolce e vivace. Anche alle damigiane di barbera veniva aggiunto qualche litro di freisa, per averlo frizzante due mesi dopo l’imbottigliamento.

Ferrero è un viticultore biologico. Produce anche del Freisa Superiore, fermo e complesso, ma la sua preferenza va comunque al vino che mussa, vivo, con profumi vinosi, non il mortorio del legno.

Il vino a cui è più affezionato è la Malvasia di Castelnuovo don Bosco. Mi spiega che di malvasie ce ne sono tre nella sua zona: quella di Casorzo, la Malvasia Lunga, molto produttiva e dai grappoli grandi, e quella di Schierano, che è il vitigno antico, quello che sa di rosa. La Malvasia di Ferrero proviene da una vigna di 50 anni di Malvasia di Schierano, con rese di 50 quintali per ettaro. E’ un vino che costa meno del Brachetto d’Acqui ma che non lo teme sul piano aromatico. Da bere freddo.

Faccio qualche trattamento di verde rame e due di zolfo, stop. Marciume, la mia malvasia non ne conosce, perché se il grappolo è spargolo il marciume non si ferma. Faccio così perché sono fissato col biologico? No, perché mi costa meno mantenere la vigna.

Chi legge Columella

bergiaMentre i produttori vendemmiano ho voluto ascoltare con più attenzione chi il vino lo vende. Elio Bergia fa il rappresentante di vini, la sua versione invernale può assomigliare a un ebreo ortodosso, l’eloquio è disincantato. Fino al 2000 si vendeva tanto, il vino era di moda, in borsa non era ancora scoppiata la bolla della new economy, i bond argentini sembravano credibili e i profitti facili passavano dal portafoglio di papà alle tasche dei figli. Erano loro a fare il mercato. C’erano wine bar a Torino da 70 bottiglie al giorno sbicchierate, con profitti molto alti.

E poi c’era la Guida di Slow Food, che faceva testo. Oggi se vado da un commerciante e gli dico: Guarda che questo è un tre bicchieri, quello non fa una piega, mi indica uno scaffale e risponde: Ecco, lì ci sono i tre bicchieri dell’anno scorso.

Oggi il consumo di vino lo fanno i pensionati. Ma dopo questa generazione? E’ che con la diminuzione dei redditi è venuto a galla qualcosa di strutturale nel mercato italiano: scarsa conoscenza nel grande pubblico e grande confusione nei prezzi.

Mentre in Francia le classificazioni dei vini hanno una tradizione secolare e c’è una corrispondenza tra prezzo e qualità, in Italia succede troppo spesso che un vino da 10 euro sia più buono di uno da 80. Così oggi resistono bene i nomi che hanno una storia, ma è un mercato difficile per gli outsider.

E’ che domina un falso concetto di qualità. Se leggi Columella, scopri che i Romani avevano delle rese per ettaro sui 10 quintali, perciò nella cena di Trimalcione potevano bere un vino che aveva 100 anni. Nell’Ottocento è incominciata una selezione metodica dei cloni più produttivi. Poi per cercare la qualità si è cominciato a diradare, ma non siamo più usciti dal regno della quantità.

Prosecco sur lie

folladorL’unico vino italiano senza problemi è il prosecco, mi disse un anno fa Francesco Batman Battuello, quando gli chiesi consiglio su che bollicine tenere. Problemi commerciali, intendeva. Ma non si può dire che il prosecco goda di grande considerazione tra molti addetti ai lavori, specie se di altri territori. Ho passato una giornata a Valdobbiadene con Sandro Barosi e non tra i peggio produttori, ma quando a sera ci siamo spostati in Friuli in cerca di bianchi sfusi, l’ho visto con una faccia sofferente: Sto cercando di non pensare a tutto il prosecco che ho dovuto assaggiare. A Farra d’Isonzo ci aspettava Renato Tedesco, che quando ha sentito dov’eravamo stati ha fatto una smorfia come se avesse masticato un guscio di noce. Del resto mi ha poi confessato di fare parte di una confraternita dei Nemici dell’Arneis…

Ma noi dilettanti siamo di bocca più indulgente, e le vigne di Valdobbiadene ci hanno ben predisposti con una bellezza più arruffata di quelle piemontesi. Avevo già una vaga preferenza per il vin col fondo, che è uscita confermata dall’incontro con Loris Follador di Casa Coste Piane.

Il vin col fondo è il prosecco come si faceva una volta, quando non c’erano macchinari costosi per spumantizzare. Si imbottiglia una settimana dopo Pasqua, si lascia a fermentare sui suoi lieviti un paio di mesi e poi è pronto da bere. E’ un prosecco a residuo zuccherino uguale a zero, torbidino e con sedimento. Loris Follador lo chiama Prosecco sur lie e ne fa 30.000 bottiglie l’anno.

Loris Follador fa parte dell’associazione Vini Veri, ama la pittura ed è convinto che solo il contadino possa fare il vino buono. E’ un ammiratore di Josko Gravner e del suo estremismo vinicolo.

Perché il prosecco fermenti sui suoi lieviti bisogna che i lieviti ci siano, cioè l’uva dev’essere sana e pulita. Loris fa parte dei vignaioli affabulatori con una vena polemica spiccata, che si esercita contro la viticoltura dei diserbanti (D’estate t’inganna, ma vai a vedere la vigna d’inverno, quando è tutto nero, tutto bruciato), l’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano (Nel ’72 passa dal Ministero dell’Agricoltura a quello della Pubblica Istruzione, i direttori vengono nominati per punteggio cioè per numero di figli e distanze chilometriche, da un Bordignon passiamo a un Cacace, da un istituto che si confronta col territorio a una cosa che potrebbe stare sulla luna), lo champagne, perché butta via i lieviti con il dégorgement.

Tannini, grandine, gaggi

tostatura_barrique  Tannini

Giovanni Bianco ha affinità con il legno. La cantina, pulitissima, è anche un piccolo laboratorio di falegnameria. Vedi? quello ha messo in vigna i pali di cemento, che durano di più, ma io preferisco i pali di castagno, perché il legno perdona, e siccome col trattore prima o poi ci vai dentro, se è un palo di legno non devi rifare tutto.

Quando lo vedo cerco sempre di imparare qualcosa, stavolta gli chiedo dei tannini. I tannini servono ad affinare il vino. Sono nell’uva e sono nel legno. Ora per noi il legno è il rovere, ma una volta le botti erano comunemente di castagno, più raramente di gaggìa, di acacia, che è un legno più duro e pregiato. Il castagno lascia il colore, i suoi tannini sono astringenti.

I francesi poi ci hanno imposto il rovere, che rilascia dei tannini più morbidi, più rotondi. E’ la tostatura delle barriques che dà la vaniglia, l’operazione di tostatura è molto bella.

Ma oggi puoi usare i truccioli per i tannini, e se no ci sono direttamente le polveri — sembrano caffè, ci sono al gusto che vuoi: vaniglia, vinaccioli, spezie, frutta. Ma gli assemblaggi non sempre sono armoniosi.

Grandine

E’ peggio di uno zingaro che ti ruba in casa. Per Angelo Ferrio la grandine è un fatto personale. Questo poi è il periodo peggiore, perché incide sulla quantità dell’uva e sulla qualità del vino — l’uva è dura e le necrosi te le porti dietro fino alla vendemmia.

Mi aveva già beccato l’anno scorso. Una volta era perché qualcuno non andava a messa: mi ricordo mia mamma che buttava il crocifisso nel cortile quando c’era temporale, o un ramo d’ulivo, e poi si pregava. Ma oggi chi prega qua? Se avevano ragione i vecchi, mi toccherà tutti gli anni…

Gaggi

Quando ho confuso Canelli con Santo Stefano Belbo, Gianluigi Bera, produttore di vini in coltura biologica, mi ha spiegato che errore storico stavo facendo. Per noi di Canelli quelli di là dal Belbo sono gaggi, da gathari – nelle Langhe a Monforte per esempio ci fu un centro di resistenza catara importante – cioè gente selvatica, che si arrangia, di cui fidarsi sì e no.

La nostra è un’azienda deguidizzata, come ci sono i comuni denuclearizzati. E c’è la sua ragione. Non abbiamo un enologo che lavora sul gusto del vino con in mente le guide.  Non siamo wine-maker orientati alla piacevolezza. Mentre domina questo gusto infantile di vini fruttati morbidi, con tannini rotondi e assenza di acidità, noi facciamo dei vini più spigolosi, con tannini acerbi, con profumi vinosi e non di banana. I nostri vini sono il risultato di quello che il cielo e la terra ci danno in quell’annata particolare.

Si può essere biodinamici in vigna e convenzionali in cantina, come Barosi di Cascina Corte, che si fa seguire da un enologo come Caviola. E si può essere autentici in cantina e tradizionali in vigna, come i Verrua di Cascina Tavijn. Ma un vino esprime il terroir quando in vigna e in cantina segui con coerenza una stessa logica.

Noi facciamo tre fiere all’anno, Fornovo, Asti e Villa Favorita, dove ci sono molti produttori biologici o biodinamici francesi. Ho smesso di frequentare Critical Wine perché ci trovo troppa confusione e mi ritrovo a fianco di un industriale del vino come Giacomo Bologna.

Mi trovo bene coi francesi, produttori e pubblico. Il consumatore francese assaggia tutto, ti rispetta e ascolta, mentre quello italiano pretende di spiegarti lui il vino e ha sempre in mente qualche vino favoloso della memoria.

Un ruché maschile

tavijnQuando arrivai alla cantina sociale di Castagnole erano le 12:01. C-c, aspirò uno che usciva, e muoveva il dito. Si riapre alle 14.

Pranzai con Valerio Quarello al bar di un distributore vicino ad Asti e gli chiesi qualche dritta sul Ruché. Quello della cantina sociale è un pò ruffiano – mi disse -, per certo eccesso di profumo lo definirei un ruché femminile. Invece adesso ti porto ad assaggiare un ruché maschile, non senza rosa al naso ma più austero e discreto, con un colore più scuro.

Questo ruché maschile di Cascina Tavijn ha un cuore matriarcale. Se Ottavio Tavijn Verrua è quello coi colpi di genio, Maria Teresa sua moglie è quella ferma nelle opinioni, e Nadia la figlia ventinovenne è la forza.

Nadia, cinque anni fa, quando era altrove e non aveva niente che le stesse a cuore, il vino la chiamò, a Scurzolengo. Era il 2001, una vendemmia che non finiva mai, annata abbondante e vino buono – binomio straordinario. Era anche il primo anno che si imbottigliava: 5000 bottiglie. Fu l’anno che Ottavio fece un infarto, da allora sta bene solo all’aria aperta. Fu il migliore ruché che Nadia ricordi.

Anche noi siamo seguaci di Bera, anche per noi il vino deve essere meno lavorato possibile, corriamo magari il rischio che sia più grezzo per tenerlo autentico. Non filtriamo, non stabilizziamo, dove possiamo lavoriamo con lieviti non selezionati.

Il ruché di questo astigiano sabbioso rispetto al barbera è più alcolico e meno corposo, il residuo secco è più basso e l’alcol sui 14, per cui risulta più beverino, quasi non ti accorgi della sua struttura.

Il vino quotidiano per un italiano di Carlisle

john_3John Irving, direttore di Slow Magazine, non è meno un italiano di Carlisle che un inglese di Torino. Siamo molto affezionati a John, per la classe e l’umorismo (ciao John!). Mesi fa gli avevamo chiesto cos’era vino quotidiano per lui.  Ecco infine cosa ci ha mandato.

Ho bevuto il vino per la prima volta in una giornata di primavera di tanti anni fa. Ogni sabato mattina andavo con mio padre a fare un giro nel centro di Carlisle, la cittadina inglese in cui sono nato e cresciuto: in particolare, alla biblioteca comunale – lui a leggere i giornali nella sala consultazione, io a prendere in prestito romanzi di avventura e fumetti di Tintin. Si partiva a piedi e, durante il tragitto, era facile trovare gli amici di mio padre, vecchi incoppolati, appostati agli angoli dei vari isolati di Botchergate, la via principale. A mio padre piaceva fermarsi a fumare una sigaretta e parlare con loro di calcio e cavalli ma, per me, era una noia mortale. Lui chiacchierava amabilmente e io stavo zitto: I bambini devono farsi vedere, ma non farsi sentire si diceva allora. Dixie lo chiamavano mio padre: un po’ a mo’ di vezzeggiativo (di secondo nome faceva Dickinson), un po’ perché amava il jazz.

Qualche volta, ma raramente, ci raggiungeva Ivor Broadis – londinese, giornalista, ex calciatore, interno della nazionale inglese negli anni Cinquanta (14 presenze con partecipazione ai Mondiali del ’54 in Svizzera) -, al volante della sua fiammante Ford Cortina.
Ciao, Dixie, vuoi uno strappo?
Sì, grazie, Ivor.
Il tono confidenziale adoperato dai due uomini mi riempiva di orgoglio. Mio padre che parlava da amico con un ex nazionale inglese (per quanto sfigato, avendo finito la carriera nel nostro Carlisle United, allora in Division 4)!
Farsi portare in macchina in biblioteca da lui poi…

Quel sabato, usciti dalla biblioteca, mio padre, allegro per la bella giornata di sole, disse:
Perché non compriamo una bottiglia di Boo-gioo-leiii?
Una bottiglia di che?
Voleva dire Beaujolais: era l’unico nome di vino che conosceva.
Boo-gioo-leiii.
Come gli piaceva dire quella parola.

Allora la piazza centrale di Carlisle non era la zona pedonale circondata da grandi magazzini tutti uguali – i nomi cambiano, ma vendono gli stessi oggetti – che è diventata oggi. Allora l’unico grande magazzino era Marks and Spencer’s, la facciata del quale recava una targa:
QUI HA SOGGIORNATO IL PRINCIPE CARLO EDOARDO STUARDA, IL GIOVANE PRETENDENTE, CAPO DELLA RIBELLIONE GIACOBITA DEL 1745
Io, ragazzino, mi chiedevo come mai un principe avesse scelto di dormire in un supermercato, visto che c’è un bel castello normanno a duecento metri di distanza.
Allora, dicevo, la piazza era circondata da piccoli negozi e botteghe: tabaccherie, librerie e, di fianco all’albergo Crown and Mitre, un altisonante Wine Merchant, o mercante di vino.
E’ lì che entriamo. Con la goffaggine tipica degli inglesi quando devono parlare con uno sconosciuto, mio padre fa:
Buongiorno, desidero una bottiglia di Boo-gioo-leiii.

Una bottiglia di che? risponde, perplesso, il mercante di vino.
Boo-gioo-leiii!
Ah, Beaujolais.
Il mercante di vino, lui, distinto e imbrillantinato, sfoggia un accento francese assai convincente.
Sì, quello lì.
Quale?.
Come quale?.
Il mercante snocciola un elenco di dénominations e maisons e appellations e, alla fine, un po’ confuso e un po’ umiliato, mio padre si accontenta di una mezza bottiglia del Beaujolais che costa meno.

Del primo mezzo bicchiere di vino consumato a casa al posto della Coca-Cola insieme al consueto pranzo del sabato – uova, salsiccia e patatine fritte – ricordo solo il sapore asprigno. Un sapore nuovo per il mio palato. Non è che mi piacesse molto, ma ricordo anche che, dopo pranzo, giocando a pallone con gli amichetti di quartiere nel vicolo dietro casa, i colpi di tacco venivano meglio del solito. Molto meglio…

***

La seconda volta che ho bevuto il vino, ero a Londra e c’entrava sempre il pallone. Noi del Carlisle United, a quel punto in Division 2, avevamo pareggiato in Coppa d’Inghilterra contro i campioni del Tottenham Hotspur, squadra da sempre in Division 1. 1-1, un risultato storico per noi. Dopo la partita, avevamo ore e ore da ammazzare prima di prendere il treno di mezzanotte, e così eravamo andati a festeggiare in un ristorante persiano (tale si definiva, anche se i camerieri a me parevano pakistani).
Mio padre inforca gli occhiali e studia la lista dei vini. Dice che l’evento merita qualcosa di speciale. Questa volta, al posto del Boo-gioo-leiii, sceglie una bottiglia di Mateus Rosé (secondo me gli piaceva il nome perché ricordava quello di Mateos, centravanti del Real Madrid degli anni d’oro, la sua squadra preferita).
Cameriere, una bottiglia di Mateus Rosé, per favore.
Il cameriere porta la bottiglia in un secchio di ghiaccio.
Visto che locale di classe? mi sussurra all’orecchio mio padre, prima di assaggiare il vino.
Ottimo. Il vino migliora con l’età! esclama.
Ma è solo dell’anno scorso, ribatte il cameriere.
No, intendo dire che più invecchio io, più mi piace il vino, chiude il discorso mio padre, tentando di imburrare un sottobicchiere in rafia che ha preso per una fetta di pane integrale.
Della bottiglia di Mateus Rosé divisa fra noi due, ricordo il sapore amabile e le prime sensazioni di ebbrezza. Del viaggio di ritorno da Londra a Carlisle ricordo poco, invece. Mi hanno raccontato che, all’arrivo, nel cuore della notte, svegliai mezza città urlando Carlisle United, champions of Europe!. Per anni mio padre ha sdrammatizzato il suo ruolo nell’episodio ma, sul fronte vinicolo, ha sempre sostenuto che Il Mateus Rose è meglio dello champagne!.

***

La verità è che, quando ero ragazzo a Carlisle, si beveva soprattutto birra. Attraverso gli occasionali flirt col vino, mio padre si toglieva uno sfizio: faceva finta di aspirare a una dimensione di vita più raffinata di quella a lui abituale. In realtà, anni prima, appena tornato dalla guerra, aveva avuto dei problemi con l’alcol. Trascorreva troppo tempo – e, soprattutto, spendeva troppi soldi – al Constitutional Club, un pub vicino a casa. Un giorno mia madre gli aveva lanciato un secco ultimatum: George, hai tre bambini da sfamare e un mutuo da pagare. O smetti di bere o non ci vedi più!.
Da allora, non aveva più bevuto, o quasi.

Jimmy Wilson, un nostro vicino di casa, un tipo grande e grosso dalla faccia rubiconda, ci dava dentro, invece. Passava la vita a scommettere e a bere: dall’allibratore e al pub.
Metti il cappotto che vado al pub! urlò una sera a Frances, sua moglie.
Vuoi dire che porti anche me questa volta?.
No, voglio dire che spengo il riscaldamento prima di uscire!.

Insomma, trangugiare birra era la norma. Per noi, dimostrare di saper tenere giù grandi quantità di birra senza ubriacarci costituiva una specie di rito di iniziazione all’età virile. Ogni lunedì sera, dopo la scuola (proprio così!), si faceva il giro dei pub cittadini, una pinta per ogni locale. C’è poco da fare: per motivi storici e climatici, certe culture privilegiano la quantità rispetto alla qualità, con tanti saluti al gusto e al piacere. Avendo fatto parte di quel mondo, posso dire che, per quello che vale, si imparano presto i propri limiti. Una notte, dopo essere stato lasciato, paralitico, sulla soglia di casa dagli amici, e dopo aver calpestato il cane e urlato cose irripetibili (Cosa ho detto? ho chiesto a mia sorella. Non si può ripetere, mi ha risposto, sorniona), ho deciso di abbandonare quella cultura. Di rinunciare al rito. Addio Inghilterra, buongiorno Italia. Addio birra, buongiorno vino.

Mio padre era triste: Con chi parlo di calcio d’ora in poi? ripeteva, sconsolato. Ma, alla fine, la mia decisione si rivelò una pacchia per lui: ogni volta che tornavo a casa gli portavo bottiglie di vino che custodiva gelosamente e conservava per ipotetiche occasioni speciali. Quando morì (il 16 novembre 1989: ricordo la data perché proprio quella sera – scherzo del destino e incrocio di destini – l’Italia pareggiò 0-0 in amichevole con l’Inghilterra a Wembley), andai su per il funerale. Negli armadi di camera sua trovai bottiglie e bottiglie di Barbaresco e Barolo e Brunello di Montalcino, nonché alcune vecchie foto di una ballerina polacca, ricordo della sua esperienza da soldato a Napoli nel famigerato 1943. Ma questa è un’altra storia…

Ad accompagnarmi al funerale c’era il mio ex suocero. E’ stato lui – uomo tutto di un pezzo e perfetto patriarca del sud – a introdurmi al piacere del vino quotidiano: che voleva dire vino a pranzo e a cena nei giorni feriali e dal mattino alla sera durante il weekend (compreso l’aperitivo del sabato che consisteva in 12 ostriche – 6 a testa – e una bottiglia di Berlucchi).
Dopo la cerimonia, mia madre organizzò un ricevimento per gli ospiti. Panini, dolcetti e tè.

Tè! sbotta il mio ex suocero, scioccato. Va’ a comprare del vino, va’! mi dice, mettendomi in mano delle banconote.
Eseguo gli ordini e torno dopo venti minuti con un sacchetto pieno di bottiglie: le zie di mia madre, puritane fanatiche, inarcano le sopracciglia. Per loro l’alcol costituisce peccato comunque: figuriamoci al funerale di mio padre.
Un’ora dopo, il disprezzo si trasforma in scandalo quando il mio ex suocero, annoiato, si alza e mi fa: Dai, andiamo in centro a prendere un aperitivo!
E così facciamo, proprio al bar dell’albergo Crown and Mitre. Al nostro ritorno, silenzio assoluto e sguardi torvi. Mi piace pensare che, se non fosse stato cremato, mio padre si sarebbe rivoltato nella tomba. Per l’ottusità delle zie, non per il consumo di alcol al suo funerale. Ma quanto scassano ‘sti puritani, diceva il mio ex suocero.

Dieci anni di barolo

cavagneroCarlo Cavagnero è un altro vignaiolo per scelta, un outsider. Dopo 12 anni in Italgas a vendere impianti industriali, un sogno di famiglia, bambini e natura lo spinse verso il vino. Svolta metodica: si mise a studiare all’università e all’Onav, comprò una vigna a La Morra, poi un campo, poi altri, poi la casa da rifare, la cantina da rimettere a posto.

Il primo barolo fu quello del ’95. Con quelli del ’99, 2000 e 2001 ebbe una nomination tra i primi dodici su Decanter, che lo definì velvet over steel, e vinse il Wine Challenge di Londra del 2002. Si aprirono alcuni mercati, gli USA e il Canada. E tutto questo senza fare parte di alcuna consorteria del gusto. Anni buoni.

Cavagnero è un tradizionalista, come Conterno e Mascarello, non un barriquista come Clerico, Altare e Cugno. Ma il peggio è non seguire una linea, e passare da un metodo all’altro solo perché i giornalisti hanno decretato che la barrique è superata. I risultati sono spesso modesti se non pessimi.

Il vino è buono se sei bravo in vigna. Cioè se tagli. Sei gemme per il dolcetto, ma ne tagli ancora due, in modo che faccia 4 tralci e un grappolo per tralcio. Nove gemme per il nebbiolo, ma le prime due non fruttificano. Per il barolo interviene anche sul grappolo, eliminando la parte in fondo, dove si concentra l’acidità.

Eppure oggi non sa se rifarebbe tutto. E’ che questo lavoro ben fatto non trova gratificazione nel mercato. Gli tocca vendere il suo barolo sfuso, che andrà a tagliare altri baroli meno buoni. Tornassi indietro, comprerei di nuovo una vigna, perché è l’unico modo per essere sicuro di bere bene. Ma credo che manterrei la cosa in una dimensione domenicale, non so se ho fatto bene a farne la mia vita intera: in questo momento non vedo bene il domani del vino.

Il caso e il sauvignon

sauvignon_2  Sandro Barosi ci ha detto più di una volta di provare il Sauvignon di Boschis, che è una cosa eccezionale. Quando abbiamo avuto occasione di prenderne qualche bottiglia, abbiamo chiesto a Mario di raccontarci la storia di questo vino.

E’ una storia bella e brutta. Nel ’94 volevamo piantare del bianco, un po’ per consumo famigliare un po’ per sperimentare. Scartati Favorita e Cortese come vitigni molto produttivi, scartato l’Arneis che è tipico del Roero e non di queste zone, rimanevano i vitigni internazionali, Riesling, Chardonnay e Sauvignon. Io preferivo il Sauvignon per certi suoi profumi di foglia di pomodoro. Ne piantammo tremila metri da vivaio.

Il primo anno di raccolta, il bostrico – un insetto grosso come una formichina che buca il legno – attacca solo il Sauvignon. Addebitiamo la scarsa resa delle viti al bostrico. Ma negli anni successivi ci troviamo di nuovo con delle rese bassissime e un vino con un grado alcolico di 14, 15, perfino 16. Così indagando scopriamo di avere impiantato senza saperlo un clone particolare, l’R3, che di solito viene usato in modo diverso, una vite ogni tanto per dare struttura e corpo al vino.

Io volevo reimpiantare con dei cloni più produttivi, ma mio figlio Paolo diceva di lasciare stare, meglio poco ma buono. Oggi con 1300 viti produciamo 600 litri di Sauvignon, una resa del tutto antieconomica per un vino che ha una circolazione poco più che clandestina. Ecco, è una storia bella perché il vino è buono, brutta perché non ce n’è.

Bio quasi dinamico

barosinv Sandro Barosi è insieme ad Amalia Battaglia l’anima di Cascina Corte a Dogliani. Vignaiolo per scelta, non per tradizione famigliare, è sensibile a un’idea biodinamica dell’agricoltura, ma fatta più di sperimentazione ed esempi che di rigore teorico.

Me, è stato Gianluigi Bera a insegnarmi che se non dai prodotti, la roba vien su lo stesso. Un anno l’agronomo mi ha cambiato i prodotti sei volte in otto mesi, lì mi è venuto qualche sospetto. Ho un amico vicino a Perpignan, del Domaine de la Rectoire, con delle vigne su scisti quasi sul mare. Beh, da quando ha smesso di dare diserbanti e lavora la vigna col mulo, il vino è cambiato da così a così. E’ zona di Banyuls, anche se io col cioccolato preferisco il Sagrantino.

Anch’io voglio provare col mulo. Se il gasolio continua così, mi sa che ci proveremo in tanti. Quando abbiamo comprato la Cascina Corte, c’era il corredo completo per lavorare la terra col bue, ma il bue è complicato, ci vuole più manutenzione, devi tagliargli le unghie, farlo riposare, e poi è un capitale.

Il mulo tira calci, ma è meno impegnativo. Ci sono delle lavorazioni, come l’aratura, che col mulo potrebbero essere fatte molto meglio che col trattore, e senza costipare il terreno coi cingoli. Sì, ci voglio provare anche così, per fare un po’ di spettacolo, e vedere cosa dicono gli altri contadini…

Vino fatto di nulla

cquarelloC’è qualcuno che si reinventa vignaiolo sulle ceneri della propria storia, ma molti vini accompagnano l’evoluzione di una famiglia e devono più di qualcosa al legame di un padre e un figlio. Se conosci  Valerio Quarello senza conoscere suo padre Carlo, non cogli un aspetto del loro grignolino e barbera, un carattere affabulatorio portato alla divagazione.

Eppure Carlo pota preciso, nove gemme per pianta. Siamo così piccoli da essere invisibili e ogni anno sono sorpreso che qualche guida di Slow Food si ricordi di noi. Fino all’84 vendevo le uve, poi ho deciso che potevo provarci per conto mio. Qui a Cossombrato fino agli anni ’60, alla grande migrazione a Torino per la Fiat, era tutto a vigneto. Oggi fanno agricoltura da sussidi, su pendii mica tanto ragionevoli per il grano, la soia o l’erba medica – e adesso per le erbe officinali.

Un chilo di uva grignolino sta a meno di un euro, la metà per uve barbera. Allora che ci sia del vino che si vende a 80 centesimi mi rende perplesso. Una prima ipotesi è che sia vino invenduto, una seconda che sia vino torchiato. Una generazione addietro c’era l’idea di torchiare fino a quando le bucce fossero bianche. Spremi ancora un po’ di colore, aggiungi zucchero, aggiungi alcol. Se l’etilico ha le tasse alte, aggiungi il metilico, quello che usiamo per disinfettare. Ti va male proprio solo se sbagli le dosi, e quel medico del Niguarda considera che quei venti affetti da cecità del suo reparto hanno una cosa in comune, l’alcolismo. Commercianti che hanno fatto fortune con questo sistema e in Val d’Aosta poi, che sarebbe più popolosa oggi se non avessero fatto tanto consumo di torchiato trent’anni fa. Vino fatto di nulla, quando va bene.

E poi c’è il vino di carta, un effetto del sistema dei doc. Fino alla resa del disciplinare costa 2x, oltre diventa vino da tavola e costa x. Che seria contabilità eh? Il sistema dei doc alla fine non ti garantisce nulla, forse solo una provenienza territoriale, ma meglio non indagare troppo…