Chiantishire

buondonno Quando torno in Toscana, faccio tappa a Firenze da Rocco Marocco. Stavolta avevo appuntamento in Chianti, a Castellina, e la sera prima, a cena dal Giova, vicino al mercato di Sant’Ambrogio, con Rocco e Leo, chiedo che strada fare. Fai la Firenze-Siena ed esci a San Donato, no a Poggibonsi, e poi prendi per, per… Insomma si capisce che per due fiorentini DOC il Chianti è una meta vagamente esotica, dalla geografia incerta. Fuori porta il fiorentino va in Versilia, dall’altra parte al massimo va a mangiare il gelato a Greve. Il resto lo lascia agli inglesi — il resto è Chiantishire.

Gabriele Buondonno (a destra in foto con Rocco Marocco), laureato in Agraria a Napoli, compra 20 ettari a Castellina alla fine degli anni ’80, quando la terra costa meno in Chianti che nel napoletano. Ristruttura in modo conservativo i casali di proprietà, come attorno fanno gli olandesi, gli svizzeri, i tedeschi. Oggi li affitta tramite un paio di agenzie internazionali.

Coltiva in modo biologico 8 ettari di vigna: sangiovese – i nuovi impianti sono di quello tosto proveniente da Montalcino – merlot e syrah, per ammorbidire l’acidità del sangiovese.

Ha un mercato globale, dal Giappone agli Stati Uniti, una barca a vela lo attende forse per Pasqua da qualche parte, una copia del Manifesto sulla scrivania: la cifra è dunque quella del vignaiol-chic da Chiantishire?

Eppure, eppure. Fuori c’e’ il maiale a stabulazione libera, e i prosciutti che stagionano in cantina. E sarà l’appartenenza al consorzio dei Trimillii, o le esperienze con i Gruppi di Acquisto, o la curiosità per un modo più local, Gabriele non è chiuso alla via in damigiana. Anzi, ho dei vicini olandesi che coltivano la vite in biologico, potrei magari comprare le uve da loro, se avessi domanda di vino sciolto che non riuscissi a soddisfare…

Tonino global

pioieroTonino Rabino è un altro vignaiolo in tuta da meccanico. E’ da lui che ho preso il nebbiolo negli ultimi mesi. Poi si è materializzato sul riverbero dell’orizzonte un importatore americano e Tonino ha deciso di imbottigliare tutto quanto, vino sfuso ce n’è più. Queste sono due righe d’addio a Tonino che in America vuole andar.

Cosa mi piace in Tonino? L’essere di parche parole, il disincanto per quelli che volano alto, lo scetticismo per certe infatuazioni del mercato, i prezzi. Il vino.

Figlio di vignaiolo, vede la proprietà paterna a Canale squagliarsi nella divisione ereditaria tra dieci fratelli. Solo due proseguono nel mestiere del padre, uno in Francia a Carpentras, l’altro, Tonino, a Vezza d’Alba. Ma questo tener duro non è bastato a convincere i due figli di Tonino e Bruna a mettersi sulle orme paterne. Troppo impegnativo, meglio l’informatica e il sabato disponibile. Meglio gli abiti civili. Bye-bye Tonino!

***** (gen 08) *****

Da una commissione del Roero Tonino è stato premiato come Vignaiolo dell’Anno 2007, con il punteggio più alto su quattro vini.

Tipico non tipico

dogliaCi sono testimoni lasciati cadere e testimoni raccolti con entusiasmo. Gianni Doglia è un giovane vigneron dell’Annunziata di Castagnole in cui è viva la passione trasmessa dal nonno. Secondo Claudio Rosso è uno giusto, e anche secondo me.

Nella mia prima visita, imbarazzato per le bottiglie in omaggio, mi ha rassicurato con la frase: Non mi sono mai pentito delle bottiglie che ho regalato. Oltre alla fiducia nel proprio prodotto, ci ho sentito una consapevolezza che il dono attraversa tutta l’economia del vino. Nella seconda visita sono stato accolto da Gianni, mamma e papà, e sfamato con calore evangelico di cui ancora li ringrazio — tagliatelle al sugo, coniglio e arrosto di maiale con coste e carciofi, perfino i pasticcini della festa del papà, e una bottiglia di barbera Bosco Donne.

Gianni è un vignaiolo comunicativo, una persona che ti dedica del tempo. Ha mente limpida, che vede la triplice articolazione del suo mestiere ai giorni nostri: vigna cantina e relazioni, con queste ultime che ti portano via.

La parte cospicua del suo lavoro è con il moscato, ma produce anche barbera, dolcetto, nebbiolo e merlot. C’è un’impronta comune dei suoi vini, che a me sembra una calda stoffa di velluto. Passa perfino nel suo grignolino — ai limiti della tipicità lo descrivono i tecnici della Camera di Commercio quando devono dargli la doc.

Bottiglie e damigiane per Gianni procedono in pari, perché se la bottiglia è il contenitore urbano e globalizzato, la damigiana è il contenitore che ha memoria e nostalgia del luogo. Per essere economico il vignaiolo ha bisogno delle bottiglie, ma per essere autentico non dimentica la damigiana. Equilibrio e prudenza sono le sue virtù, per tenere in quadro questo doppio binario.

Contadino di Spessa

rodaro Paolo Rodaro è uomo di mondo, che a quelli della Banca del Vino non dice di no. Ma sulla guida 2007 dei sommellier si presenta come contadino di Spessa e quando gli ho chiesto cosa vuol dire, ho visto che la domanda lo interessava. Per mezzora ci ha girato intorno e, tra una pausa carismatica e una gridata agli avventizi, ha accumulato argomenti.

Un contadino è uno che ha fame – e io ho fame. Ieri ero da un amico, che ha iniziato 10 anni fa con 10 ettari. Mario, gli faccio, quanti ettari hai? Dieci, mi risponde. Ecco, quello non è un contadino. La mia azienda ha 120 ettari – 40 di vigneti – ma quando sono partito erano la metà. Un contadino compra terra, non la ferrari, perché la terra è un bene più scarso della ferrari. Un contadino sta saldo sulla sua terra, anche quando la ruota vigna vino soldi immagine gira a suo favore.

Un contadino non ha l’enologo. Non è un wine maker. Ho io il controllo, vasca per vasca, e se ci sono sbagli, sono io che sbaglio. Nel 2006 ho prodotto poco più della metà del 2004 e considero questa annata la pietra di paragone della mia futura qualità. Un contadino convive con le siccità, le grandini, le malattie.

Non è detto che me mi trovi spesso sul trattore, ma ho sempre l’autorità di richiamare uno che lavora – Senti, vieni giù dal trattore, che non mi piace come stai facendo – perché quando monto io sul trattore, sono in grado di fare meglio di lui. Questo vuol dire contadino.

Alti cibi

chirubaPubblichiamo un pezzo di discussione su Eataly avvenuta su slowit, con la nostra opinione e quella del coordinatore. Dopo una visita sul campo, posso dire con cognizione di causa che, nonostante l’ottimo lavoro di Negozio Blu, non si tratta di un’esperienza diversa da quella che puoi avere in un supermercato qualunque, e che paghi un alto prezzo per un alto cibo avvolto in alta ipocrisia.

To: SlowIt@yahoogroups.com
From: “Francesco Venier” <vf@libero.it>
X-Yahoo-Profile: il_coordinatore_di_slowit
Sender: SlowIt@yahoogroups.com
Mailing-List: list SlowIt@yahoogroups.com; contact SlowIt-owner@yahoogroups.com
Delivered-To: mailing list SlowIt@yahoogroups.com
Date: Thu, 01 Feb 2007 17:16:59 -0000
Subject: [SlowIt] Ogg: Slowfood entra nel business dei parchi a tema?
Reply-To: SlowIt@yahoogroups.com
X-Yahoo-Newman-Property: groups-email-trad

Marco,
Sono d’accordo con le tue valutazioni ma mi pare manchi un pezzo al
tuo discorso.

SF, volenti o nolenti, e’ gia’ un brand
(http://it.wikipedia.org/wiki/Marca) nazionale piuttosto forte.  Se
vovessi farne una valutazione commerciale a spanne direi cha ha un
valore come minimo di 50.000.000 di euro.

La sua credibilità, quindi il suo valore, deriva dal disinteresse e
dalla passione di tutti coloro che hanno contribuito a costruire
l’associazione.

Finora SF ha usato la forza del suo brand soprattutto per sostenere
l’educazione al gusto, le piccole produzioni (creando anche qualche
mostro) e, che io sappia unico momento di relativa monetizzazione del
brand, organizzare i saloni in cui a mio avvisola finalità economica
rimane comunque in secondo piano rispetto a quella educativa.

Eataly è a mio avviso un punto di svolta.  Posto che non sono sicuro
che SF percepisca delle royalties per l’uso del marchio (che non ha
nulla a che vedere con la consulenza), ma lo do per scontato
altrimenti sarebbe una assurda regalia a chi non ne ha bisogno, si
tratta della prima volta che al massimo livello l’associazione
istituzionalizza la commercializzazione del suo brand (cosa peraltro
ampiamente fatta in piccolo da molti fiduciari specie all’estero).

Se questo, una volta pagati i “consulenti” di Eataly, produrrà
maggiori risorse per l’associazione che saranno incanalate in modo
coerente rispetto alla mission di SF, ovvero proprio per sostenere la
varietà ed i piccoli produttori che sono tagliati fuori dai sistemi
della distribuzione organizzata e dai megastore più trendy, per me è
una operazione buona.

Ciao a tutti,
Francesco

— In SlowIt@yahoogroups.com, Marco Ferro <marcoferro@…> ha
scritto:
>
> Salute a tutti,
>
> e’ la prima volta che intervengo e cerchero’ la sintesi: Eataly a
> partire dal suo nome globalizzato e’ un’espressione titanica di
> volonta’ di potenza e nichilismo, che non fara’ bene ne’ alle citta’
> ne’ ai piccoli produttori.
>
> Con la connivenza delle pubbliche amministrazioni, il sostegno delle
> banche e la partecipazione della Lega delle Cooperative creera’ altri
> 10, 100, 1000 santuari artificiali per il passeggio concentrato di
> umanita’ inconcludente, favorendo il controllo sociale,
> l’omologazione dei comportamenti e la desertificazione commerciale
> degli altri quartieri. Auchan a nord, il Bennet a est, le Gru a
> ovest, Farinetti a sud e niente in mezzo: e’ cosi’ che i municipi
> amano le loro citta’.
>
> Un effetto mediatico di Eataly sara’ di convincere che l’enciclopedia
> dei prodotti cola’ selezionati esaurisca il mondo della qualita’,
> sara’ come il diserbante sparso con l’elicottero sulla biodiversita’
> dei piccoli produttori assenti o resistenti.
>
> I piccoli produttori peraltro se lo meritano, perche’ quelli presenti
> a Eataly avranno accettato il contratto standard di Farinetti: mi dai
> un bancale all’anno per tre anni, il primo bancale meta’ te lo pago
> con sconto 10 e meta’ me lo regali. Con un po’ di aritmetica, vuol
> dire uno sconto del 27% — capito enoteche? mentre voi pagate a
> prezzo di listino… E la piantino Carlin e Farinetti con i ricarichi
> giusti in conferenza stampa, che nessuno se li puo’ permettere alti
> come Eataly.
>
> Ci sono nel progetto delle contraddizioni tali che possono stare in
> piedi solo contandosi delle gran balle, e che meritano l’augurio
> collettivo che la cosa non prenda troppo piede.
>
> Saluti,
>
> Marco Ferro
> ———–
> www.vinologo.it
>
>
> > Ciao Francesco,
> >
> >Per carità! Il buon Sergio non c’entra nulla. Nemmeno Slow Food a
> >dire il vero, nel senso che Eataly si propone di aprire in 10
città
> >d’Italia che sono le più grandi del nostro paese, salvo forse
Verona
> >che viene proposta anche in virtù di altri elementi (per la
> >posizione, perché è la città di Vinitaly, perché il Veneto non ha
> >altre sedi in ipotesi).
> >Comunque, approfitto dell’occasione per aggiungere a quanto è già
> >scritto nel nostro comunicato che l’obiettivo di Eataly non è
quello
> >di ricadere nelle logiche “massificanti” ma bensì di ampliare il
> >pubblico di fruitori di cibi di qualità. Dove per qualità non si
> >intendono (solo) le eccellenze assolute, ma più in generale
prodotti
> >buoni, più buoni di quelli che si trovano normalmente nella grande
> >distribuzione.
> >Per fare ciò Eataly si propone di puntare molto sulle produzioni
del
> >territorio in cui nasce, e quindi ogni nuovo Eataly dovrà sapersi
> >guardare attorno.
> >Per costruire il team di fornitori del punto vendita di Torino si
è
> >lavorato 3 anni, partendo quindi da lontano. Per gli altri ci
vorrà
> >meno tempo ma sicuramente non assisteremo all’apertura di un nuovo
> >Eataly tra pochi mesi.
> >Noi di Slow Food non siamo entrati nel business (stiamo fornendo
una
> >consulenza sull’individuazione dei potenziali fornitori e sulla
> >parte didattica) e ci auguriamo che Eataly sappia mantenere la
> >propria promessa. Se così sarà, continueremo a collaborare.
> >La prima volta che passi da Torino vallo a visitare, così potrai
> >giudicare questa prima tappa del progetto.
> >Un saluto,
> >
> >Cinzia
> >
> >
> >
> >
> >
> >Cinzia Scaffidi
> >Slow Food
> >Via Mendicità 14
> >12042 Bra (Cuneo) – Italia
> ><http://www.slowfood.it>http://www.slowfood.it
> >
> >
> >
> >
> >Ciao a Tutti,
> >
> >Qualcuno ha visitato Eataly (vedi articoli e CS SlowFood in
calce)?
> > Da quello che leggo è una specie di parco a tema sul top-food.
> > Alla prima occasione vengo a Torino a farmi un giro.
> >
> >Certo che si corre un po’ il rischio di ricadere nelle logiche
> >”massificanti” per combattere le quali SF è nato non vi pare?
> >
> >Leggo che la rampante iniziativa ha progetti di espansione
piuttosto
> >ambiziosi  ma Trieste è lasciata fuori.  Sarà mica colpa di Sergio
> >che si rifiuta di tenere a battesimo l’eventuale filiale locale
> >J
> >
> >Un saluto a tutti da Francesco Venier
> >
> >
> >
> >27-01-2007
> >
> >ITALIA OGGI
> >Qualità, nasce Eataly … Un nuovo business messo in campo da
> >Slowfood e Coop. Da Torino una catena di food-viliage… Torino,
> >nell’ex opificio Carpano, a pochi passi dal complesso
polifunzionale
> >del Lingotto, è nato Eataly, il primo grande mercato dedicato agli
> >alti “cibi”, dove l’enogastronomia di qualità, soprattutto
> >piemontese, ma più in generale italiana, con qualche concessione
> >all’Ue, incontra i prezzi sostenibili tipici della grande
> >distribuzione.
> >Il tutto all’insegna del motto, di Wendell Berry, il celebre
> >contadino- poeta del Kentucky, divenuto famoso anche grazie a Slow
> >food, secondo il quale “mangiare è un atto agricolo” e quindi, in
> >buona sostanza, il primo gesto agricolo lo compie proprio il
> >consumatore scegliendo ciò che mangia. E per la prima volta in
> >Italia all’enogastronomia di qualità è dedicato un luogo dove è
> >possibile l’incontro con il consumo di massa o comunque non più di
> >nicchia. Eataly non sembra però destinato a rimanere un caso
> >isolato: dopo Torino la proprietà ha annunciato aperture a Genova,
> >Milano, Verona, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Palermo. A oggi
si
> >tratta comunque di un luogo certamente unico dove si può comprare,
> >mangiare e imparare a riconoscere il cibo di qualità, ad
apprezzano
> >a tavola, ma anche a cucinano a casa grazie ai corsi di cucina
> >curati da grandi chef piemontesi. Eataly è nato da un progetto
> >dell’imprenditore Oscar Farinetti, con la consulenza tecnica di
Slow
> >food (ieri all’inaugurazione ufficiale era presente anche il
> >presidente, Carlo Petrini) e la partecipazione di tre grandi
> >cooperative: Coop Adriatica, Coop Liguria e Novacoop Piemonte.
> >Eataly occupa una superficie di circa 11mila metri quadrati
> >all’interno della storica fabbrica dei vermouth Carpano dismessa a
> >metà anni 90 e completamente ristrutturata nell’arco di tre anni,
> >sotto il vincolo della Soprintendenza. All’interno dell’ex
opificio
> >vi sono 3.200 metri quadrati destinati ad aree didattiche, 2.450
> >metri quadrati per la vendita e la somministrazione del cibo (con
un
> >ristorante di livello nel seminterrato e tanti piccoli ristoranti
> >tematici informali dove è possibile degusta,re sul posto ogni
> >prelibatezza in vendita) e 820 metri quadrati destinati a percorso
> >coperto aperto al pubblico.
> >Le aree di vendita sono tematiche: il pesce, la carne
(rigorosamente
> >del Cuneese), i formaggi e i salumi (accanto alla vendita al banco
> >sono presenti sale di affinazione nel seminterrato), la frutta e
la
> >verdura, il caffè e il tè, il gelato artigianale, la pasta fresca
e
> >la pasta secca di alta qualità, il pane e i dolci appena sfornati
> >cotti in un forno a legna in pietra da un cuoco francese, i vini
> >(oltre 40 mila bottiglie), la birra da tutto il mondo con alcune
> >presenze significative di piccoli birrifici artigiani piemontesi.
> >Non solo. Una biblioteca tematica ospiterà a regime mille volumi
> >ispirati al mondo del cibo e numerose riviste di settore e una
> >capiente sala conferenze da circa 200 posti consentirà di
sviluppare
> >urta significativa attività convegnistica.
> >Autore: Alessio Stefanoni
> >
> >
> >27-01-2007
> >
> >IL SOLE 24 ORE
> >Eataly, megastore di enogastronomia … Alimentare. Parte dal
> >Lingotto il progetto di Farinetti: una catena dedicata ai prodotti
> >tipici… Da New York sono in tanti ad aspettarne l’arrivo. Ma per
> >il debutto di Eataly, il più grande centro enogastronomico del
> >mondo, Oscar Farinetti, piemontese, 52enne, ex-presidente di
> >Unieuro, ha scelto proprio l’Italia. E ha scelto il Lingotto di
> >Torino dove ieri sono stati inaugurati oltre 10mila metri quadrati
> >di sapori e prelibatezze: tutti rigorosamente italiani. La
location
> >è un edificio storico caro ai torinesi, la sede della fabbrica
della
> >Carpano, datata 1780, dove nacque il “Punt e mes” e oggi l’inizio
di
> >una catena di io megastore enogastronomici concepiti secondo una
> >formula nuova.
> >Tutto per promuovere il meglio dell’alimentare italiano a prezzi
> >accessibili. Dal punto di vista finanziario la società Eataly
> >Distribuzione è partecipata al 60% dalla holding della famiglia
> >Farinetti e per il restante 40% da Coop Liguria, Coop Piemonte e
> >Coop Adriatica. Eataly Distribuzione investirà 20 milioni di euro
> >per ogni megastore aperto.
> >«Eataly è un progetto nato tre anni fa per la vendita su Internet
> >dei prodotti artigianali italiani di massima qualità – dichiara
> >Farinetti -. È l’unione di piccoli produttori che da generazioni
in
> >generazione creano cibi e bevande di altissima qualità in piccole
> >quantità selezionati in collaborazione con Slow Food». Lo spazio
> >Eataly è cosa diversa da una semplice show-room del palato perché
> >riunisce in una cornice elegante 3mila metri quadrati per la
vendita
> >al pubblico di specialità, otto ristoranti, due bar caffè, una
> >agrigelateria e dieci aree didattiche con una grande biblioteca
> >dotata di 10 personal computer e internet. Qui i clienti possono
> >imparare a cucinare, accostare, mangiare e scegliere il meglio del
> >made in Italy. E un’agenda tra corsi di cucina con chef famosi e
> >presentazioni di oltre 200 eventi per il 2007.
> >Farinetti ha creato in tre anni una rete di raccolta e
> >valorizzazione dei prodotti artigianali alimentari di pregio
> >acquistando piccole aziende di altissimo livello come il
pastificio
> >di Gragnano, una dozzina di salumifici e aziende agricole
> >artigianali oltre a una serie di partecipazioni in altre aziende.
E
> >dopo Torino, in attesa dello sbarco a New York dove uno dei
maggiori
> >immobiliaristi di Manhattan, appassionato dell’Italia e della sua
> >gastronomia, tiene pronto un grande spazio al Rockfeller Centre.
> >Poi, per quanto riguarda ancora l’Italia, arriveranno i 7mila
metri
> >quadrati della Stazione marittima di Genova restaurata in
occasione
> >del G8 e quindi Milano, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli,
Bari
> >e Palermo, ciascuno con un investimento intorno ai 20 milioni di
> >euro. «Tempi e modi dipenderanno anche dai risultati di Torino –
> >puntualizza Oscar Farinetti – ma ce la faremo, siamo molto
> >fiduciosi».
> >Autore: Paola Guidi
> >
> >
> >
> >
> >
> >Comunicato stampa di SlowFood.
> >
> >
> >
> >  Italia – 26/01/2007
> >  L’apertura di Eataly a Torino
> >
> >
> >  Dopo quattro anni di lavori, e accompagnato negli ultimi giorni
da
> >grande attesa e curiosità, finalmente apre Eataly, nello storico
> >edificio che ospitava la Carpano, in via Nizza a Torino. Là dove è
> >nato il vermouth, la cui storia è ricordata nel museo che Eataly
ha
> >realizzato e ora ospita al suo interno. A pochi passi dal
Lingotto,
> >dove tre mesi fa si sono celebrati Salone del Gusto e Terra Madre.
> > Si può dire che Eataly è figlio del Salone del Gusto (c’è chi
l’ha
> >definito un Salone che dura tutto l’anno) o se preferite un figlio
> >del percorso fatto da Slow Food in vent’anni. Eataly sarebbe nato
> >anche senza la collaborazione di Slow Food, magari non a Torino,
> >magari non uguale, ma non necessariamente meno bello.
> > Eataly sin dall’inizio ha cercato la collaborazione di Slow Food,
> >sia perché riconosceva nella nostra associazione la propria fonte
> >d’ispirazione principale, sia perché il creatore di Eataly, Oscar
> >Farinetti, è di Alba ed è amico di Carlo Petrini da oltre
trent’anni.
> > Prima di proseguire occorre però fornire qualche altra notizia.
> >
> > Ci sono due grandi temi sui quali all’interno di Slow Food ci si
> >confronta ormai da quasi dieci anni: l’opportunità di creare un
> >marchio per i prodotti dei Presidi; la possibilità di impegnarsi
> >direttamente nella commercializzazione dei prodotti dei Presidi.
> >Temi ricorrenti non solo nelle riflessioni fatte in seno
> >all’associazione, ma spesso oggetto di domande da parte di
> >giornalisti e interlocutori esterni. Temi legati tra di loro ma
> >soprattutto temi presenti, più di ogni altro argomento, nelle
> >richieste che i produttori – tanto del nord quanto del sud del
mondo
> >- rivolgono alla nostra associazione.
> > Al quesito legato alla creazione di un marchio abbiamo dedicato –
> >oltre a tante discussioni – la gran parte dell’incontro con i
> >produttori dei Presidi italiani che abbiamo fatto nel maggio 2005
in
> >Sicilia. E non siamo ancora arrivati a una conclusione, tanto che
> >l’argomento è ancora tra i più gettonati sia in eventi ufficiali
che
> >in momenti informali che ci vedono confrontarci con il mondo della
> >produzione. Ad oggi non abbiamo mai considerato opportuno
occuparci
> >direttamente della realizzazione e gestione di un marchio, ovvero
> >della certificazione dei prodotti, che sarebbe anche un bel
business
> >ma rischierebbe di incidere in modo piuttosto pesante
sull’identità
> >e la mission di Slow Food. Anche perché quello che fa Slow Food in
> >Italia poi lo ripetono Slow Food Usa, Slow Food Germania, Slow
Food
> >Giappone, eccetera. Quindi, dovesse mai arrivare il giorno in cui
si
> >prenderà questa decisione, bisognerà avere costruito un percorso
> >assolutamente ineccepibile in tutti i suoi passaggi.
> > Ugualmente, rispetto al tema della commercializzazione dei
prodotti
> >siamo sempre stati convinti che non fosse opportuno entrare
> >direttamente in pista, ovvero realizzare nostri punti vendita o
> >comunque commercializzare noi stessi i prodotti. Per gli stessi
> >motivi di cui sopra: il business sarebbe garantito, ma la
> >possibilità di mantenere un ruolo super partes rispetto ai singoli
> >produttori diventerebbe certamente più complicato.
> >
> > Ciò detto, risulta evidente che non è possibile evitare un
> >confronto su questi temi quando le sollecitazioni sono quotidiane,
e
> >quando arrivano in modo particolare da quei produttori con i quali
> >ci siamo proposti di dialogare per individuare interventi utili a
> >contenere il quotidiano depauperamento del nostro patrimonio
> >alimentare. Siamo stati noi a cercarli, già a partire dai primi
anni
> >’90; siamo stati noi a sollecitarli affinché recuperassero il loro
> >impegno in ambito produttivo, garantendo che avremmo creato
> >l’attenzione del pubblico necessaria per ritrovare il mercato. A
noi
> >loro chiedono ancora oggi un aiuto per stabilire un rapporto con
> >questo mercato che non ha ancora definito del tutto né una nuova
> >figura di consumatore (quel co-produttore che ci immaginiamo
proprio
> >noi di Slow Food) e che sta cercando il luogo in cui realizzarsi,
> >tra mercati contadini da un lato e grande distribuzione che si
> >contamina (almeno per l’immagine) con prodotti tipici e
d’eccellenza.
> >
> > In questo quadro si colloca Eataly.
> > Oscar Farinetti si è presentato quattro anni fa con un progetto e
> >alcuni disegni che di diverso da quello che si può finalmente
vedere
> >oggi avevano solo la sede, nel senso che non era ancora stato
scelto
> >Palazzo Carpano. E nemmeno Torino, a dire il vero, alla cui scelta
> >ha contribuito in maniera determinante proprio Slow Food.
> > Il progetto ci è piaciuto moltissimo, da subito. Ci siamo
> >confrontati in seno ai nostri organismi dirigenti (Segreteria
> >Nazionale e Consiglio dei Governatori) in merito alle due
decisioni
> >che dovevamo prendere e che abbiamo preso poi all’unanimità: la
> >prima riguardava la proposta di collaborare al progetto, e come
> >evidente abbiamo deciso per il sì; la seconda era la proposta di
> >entrare nella compagine sociale, come ci era stato proposto, e
> >abbiamo optato per il no. Ovvero abbiamo deciso che era giusto e
> >importante fornire un contributo in termine di know-how legato
alla
> >conoscenza di prodotti e produttori (abbiamo realizzato un enorme
> >database a cui Eataly attinge per trovare i propri fornitori) e in
> >termine di attività educativa, che ci vedrà partecipare
soprattutto
> >nell’attività dedicata alle scuole, che partirà in autunno. Poi ci
> >sono anche i Presidi, come ovvio, ma era per noi centrale fornire
un
> >contributo a tutto il progetto, anche per misurarci su altre
> >produzioni.
> > La scelta di non diventare soci di Eataly e di limitarci a un
> >rapporto di consulenza, rinnovabile annualmente in base alla
> >reciproca soddisfazione dei due partner, ci è sembrato più
corretto
> >rispetto a chi siamo e cosa dobbiamo fare. Fornire una consulenza,
> >invece, lo consideriamo in linea con gli scopi che si propone la
> >nostra associazione. Slow Food non avrebbe mai potuto fare Eataly,
> >nemmeno volendolo. Ma per fortuna c’è un imprenditore che ci ha
> >creduto e ha provato a farlo, così come negli anni passati ci sono
> >stati tanti altri uomini e donne che, spinti dal nostro lavoro,
> >hanno avviato imprese di successo. Certamente questa è una
scommessa
> >più grossa, la più importante a cui abbiamo assistito sino ad ora:
e
> >anche per questo dal suo successo dipenderà nei prossimi anni un
> >cambiamento non da poco nel mondo della produzione e della
> >distribuzione alimentare, almeno nel nostro paese. Un cambiamento
in
> >meglio, ovviamente, che aspettavamo da tanto tempo e che il solo
> >lavoro di Slow Food non sarebbe stato sufficiente a determinare.
> > A voler essere ottimisti – come è giusto essere nonostante le
> >catastrofi annunciate per il futuro del nostro pianeta – ci sarà
da
> >divertirci. Soprattutto per degli inguaribili amanti delle cose
> >buone (come noi di Slow Food).
> > In conclusione è giusto ricordare ancora una volta che Eataly non
è
> >di Slow Food (come qualcuno erroneamente crede) e Slow Food non è
di
> >Eataly (come qualcuno sciaguratamente teme).
> >
————————————————-
Slowit: la comunita’ online dei soci Slow Food.
http://it.groups.yahoo.com/group/SlowIt

Il BLOG delle Condotte: www.slowfoodblog.com/it
————————————————-

Oltre Eataly

brezza_01 Di Eataly non penso un gran bene, anzi mi ha messo un po’ sottosopra le prospettive: se fanno associazione di stampo mafoodioso il Comune, la Provincia, la Regione, la Lega delle Cooperative, l’inventore di Unieuro, SanPaolo-Intesa e un brand da 50 milioni di euro come Slow Food, per mettere su la Portaerei del Gusto, cosa ci stiamo a fare noi? Dove troviamo ragioni di esistenza?

Ho trovato consolazione in un pomeriggio a San Giorgio Monferrato, in cerca di grignolino. Ricerca senza guide scritte, solo passaparola, che mi ha portato da Francesco Brezza. Francesco indossa una tuta da meccanico. La tuta da meccanico sul vignaiolo è sempre una bella garanzia.

Tenuta Migliavacca è un’azienda biodinamica di seconda generazione, da più di quarant’anni – quante ce ne sono così in Italia? Poi nel ’96 suo papà muore sotto i cingoli di un trattore, e Francesco prende in mano il progetto da solo.

Joly e Bellotti sono più filosofici, io più pratico. E non può essere diverso, è vero? non ho il tempo di andare in giro a fare proseliti: ci sono le vacche, l’erba medica, da potare, è vero?

Sulle guide è serafico. Sono completamente al di fuori del mondo delle guide. Vendo qui in azienda, bottiglie e damigiane, a privati che vengono magari da trent’anni, e a quattro-cinque ristoranti interessati. Sì, una volta Paolo Massobrio si è accorto di me, eccola qua, vedi? Grande grignolino, ma Francesco è piemontesamente timido.  E’ rimasto un episodio, è vero?

Quando gli chiedo se è contento della sua vita, Francesco mostra un sorriso. Sì, sono contento della mia vita, anche se non faccio due giorni di vacanza da sette anni. Io produco per l’autoconsumo, c’è poco che esce dall’azienda e diventa denaro: il vino, un po’ di grano quando ne ho in eccesso, le vacche da carne, che se le prenotano i privati.

Sulla strada del ritorno pensavo: ma allora there is a there there. Pensavo: oggi ho aperto una finestra oltre Eataly.

Clavesana

fabianiQuando arrivo alle Cantine Luzi Donadei Fabiani, Fabrizio Fabiani è alle prese con un problema: il dolcetto 2006 fa 14 gradi. L’enologo è per estremi rimedi: Metti un 10% d’acqua. Non mi va, squilibra il vino. Due anni fa se non facevi almeno 13 gradi, non ti filava nessuno, e adesso se sei sopra i 12 — ah non c’è qualcosa di meno forte? — I gusti della gente, capisti?

Fabrizio, come mai il dolcetto è più buono a Dogliani che a Clavesana? Ma non è vero. Anzi qui c’è della terra bianca buona, che i profumi primari del dolcetto, la mandorla e la ciliegia, li esalta. A Dogliani, e specie sul versante che guarda a Monforte, sono terre già mezze rosse, adatte a vini con più struttura.

Può darsi che sia percepito così, forse per la presenza di questa Cantina Sociale che fa dei numeri così rilevanti – non so, forse il 70, l’80% del dolcetto di Dogliani passa di lì. Nasce negli anni ’60 su iniziativa della CIA, di sinistra, e negli anni ’80 la Coldiretti mette su la Cantina Sociale di Dogliani. E’ in quegli anni che quella di Clavesana cerca di mettersi sulla via della qualità. Oggi ha 400 soci conferitori, ma devi essere conferitore totale, non puoi più dare solo le uve così così.

Alla bottega del vino di Dogliani, vicino al municipio, sono presenti 47 su 55 produttori del territorio Dogliani Belvedere Farigliano Clavesana. Beh, se non contiamo Chionetti che è il benchmark di tutti, con gli altri me la gioco — a parte quei quattro o cinque: Pecchenino, Cà Viola, San Romano, San Fereolo e talora Abbona, che fanno un vino più rotondo, ma che per me non è neanche più dolcetto, sembra quasi assemblato con qualcos’altro… Guarda caso hanno tutti lo stesso enologo, Beppe Caviola…

Chardonnay di Costigliole

cascinaroera  E’ stata un’idea di Giovanni Ruffa: Ci troviamo al Caffè Roma di Costigliole. Ti presento Gino, che è l’oste ma soprattutto grande conoscitore del territorio.

Alla domanda: quale produttore di Costigliole non posso mancare di conoscere, Gino non ha esitazioni: Cascina Roera. Fanno una gran barbera, come è giusto da queste parti, ma anche uno chardonnay pastoso e affinato con discrezione in legno, imbottigliato senza solfito e con tappo a corona.

Nel 1990, in occasione del funerale di Guido il cuoco, Veronelli viene a Costigliole, entra qui da me e mi dice: Adesso vado a sedermi fuori nel dehors e aspetto che mi porti un vino che mi sorprenda. Gli porto uno chardonnay di Sciorio. Dopo un po’ lascia il dehors e viene dentro ad abbracciarmi: Gino hai vinto la sfida, questo chardonnay quasi mi commuove e conforta la mia nostalgia. Se capitasse oggi, forse gli porterei lo chardonnay di Cascina Roera.

Cascina Roera vuol dire due soci – Piero Nebiolo e Claudio Rosso (in foto vicino a un torchio di moscato passito). Nomen omen. Biologici con rigore e senza certificazione, stanno nel solco di una tradizione locale, del professor Bertelli e Sciorio. Ci vorrebbe – è Claudio che parla – la doc comunale Chardonnay di Costigliole. Lo concepiamo come un vino rosso, macerato sulle bucce. Per questo è così ricco, e invecchiando diventa una cosa come… come lo chablis.

Olio novo

lolio_01 Roberto Nistri deve aver letto quello che diceva Zamparelli. Gli ha provocato un moto di revanscismo, che si è tradotto in queste parole.

Non c’è una sola cosa che può unire i toscani come l’amore per l’olio, soprattutto quello novo. Stasera stanco dopo una ennesima giornata passata a parlare di cenci (tanto per rimarcare la toscanità) stavo tornando a casa con quella scoglionaggine tipica del periodo pre-natalizio denso di lavoro e avaro di luce e sole. Mi sono fermato dal fido ortolano (fruttivendolo per gli stranieri) Alessio per comprare due cazzate vegetariane per una cena leggera, preludio a una sana e lunga dormita ristoratrice. Sul banco ecco apparire delle meravigliose fagiole fresche già bell’e sgranate! Roba da urlo! mi dice Alessio. He son l’ultime ti fo un prezzaccio!

La stanchezza e l’apatia spariscono di colpo. Prendo un tegame di terracotta, acqua, due foglie di salvia, uno spicchio d’aglio, un pomodorino invernale dal sottotetto, un C di olio, accendo il gas e metto i fagioli schiaccini (così li chiamo per la loro forma caratteristica) a cuocere piano piano. E’ il momento di tirare fuori la riserva di pansecco — toscano, senza sale, con la midolla (mollica) piena di grandi buchi (pane bucato e formaggio serrato) dal sapore così understatement –, cercare di tagliarne un paio di fette senza sbriciolarlo troppo, metterle in una scodella, buttarci sopra un paio di ramaioli di broda di fagioli per farle rinvenire, una bella dose di schiaccini, affettare un po’ di cipolla rossa, aggiustare di sale, aggiungere una bella macinata di pepe nero e… tirare fuori il Re… l’OLIO NOVO!

Amico mio ti confesso che mi sono un po’ vergognato perché ne ho versato veramente un quantitativo che nemmeno il Picchi del Cibreo oserebbe! Ma è che  improvvisamente mi è ritornato in mente quando mio padre a metà anni sessanta ci portò in Inghilterra a bordo di una fiammante seicento.

Che c’entra dirai. C’entra c’entra. Spesso mangiavamo a sacco ma a volte osavamo i ristoranti. Stanco di quello che gli propinavano, una sera il babbo con grande sgomento di tutti noi tirò fuori la sua bottiglia d’olio e con passo fermo e assenza totale di inglese entrò in cucina e riuscì a farsi cuocere una semplice braciola di manzo con il suo olio. Il cuoco era pietosamente incuriosito e forse anche un po’ schifato, ma noi eravamo molto molto contenti e orgogliosi del nostro babbo! Eh sì è proprio buono il nostro olio… il più buono del mondo… e non si incazzino gli altri… è una questione di amore!!! E non solo.

Montalcino

montalcinoSono sempre innamorato della Toscana, soprattutto di come parlano, ma anche per come mangiano e per quello che vedono. Tuttavia, non conoscendola bene, per i sentieri del vino mi devo affidare ad altri e mi risultano spesso un po’ tortuosi. Il mio virgilio è Roberto Nistri, uno dei boss di controradio, che però per la campagna ha bisogno di virgili pure lui. E’ così, attraverso amici di amici, che sono finito da un conoscitore del territorio. L’espressione non è mia, è sua, del conoscitore del territorio. Che fai nella vita? Il conoscitore del territorio.

Beh, questo conoscitore del territorio devo dire mi ha portato in una situazione davvero speciale — il prete di Cortine e il suo factotum-cantiniere Gino, 92 anni il primo e 82 il secondo — ma di ciò un’altra volta. Non essendo riuscito a combinare nulla a Cortine, il giorno dopo ho voluto andare ai piani alti, e sono stato a Montalcino.

Che bel posto! Che ampi orizzonti! Che bello il paese e che bella vegetazione! Come si può stare bene a Montalcino!

Abbiamo visitato l’azienda di Stella Viola di Campalto, un’estensione di 5 ettari acquistata nel ’92 dopo un abbandono di 40 anni, dai tempi della mezzadria, dalla II guerra mondiale. Un’azienda isolata da boschi, naturalmente biologica, certificata nel ’96 e steineriana dal 2002. Stella enfatizza quest’ultimo passaggio: Il vino è cambiato da così a così.

Stella di Campalto si trova nella zona sud. Montalcino è il secondo comune d’Italia per estensione, tra la zona nord e quella sud ci possono essere 4 gradi di temperatura media di differenza. A nord c’è più malattia in vigna, il vino è in genere più elegante ma più magro, a sud viene con più alcol.

La cantina si articola su tre piani, in modo che dalla pressatura alla fermentazione all’invecchiamento il vino si muova senza pompe, per gravità newtoniana. Stella sottolinea il lavoro in vigna, il diradamento feroce, l’esigenza di un’uva perfetta.

Pur essendo vigne col bollino da Brunello, Stella lo declassa a Rosso di Montalcino per uscire dopo 10 mesi di affinamento in bottiglia invece dei tre anni del disciplinare. Il suo Rosso, complice la sua rarità — neanche Stella riesce a berlo a tavola — è un vino grasso, speziato, che parla e parla ancora.

Di Stella ricordo ancora il suo giudizio sul Salone del Gusto: Un’esperienza che non ripeterò. Che differenza con Fornovo! A Torino arrivavano con l’aria torva ancora prima di assaggiare — e ci credo: per 70 euro di degustazione mi devi dare veramente la luna…