Deficit Pil

S* della provincia di Asti riceve un controllo della Forestale. Il cane di S* è mordace, perciò S* gli accorcia la catena perché non spaventi i due impiegati. Dopo due ore di scrutinio devono convenire che è tutto regolare. Escono in cortile delusi, ma ecco si illuminano, lo multano perché la catena del cane è troppo corta. Sì, esiste una norma regionale che impone 4,50 m alla catena del cane di agricoli. La salute del contribuente vale meno di quella del suo migliore amico.

L’ultima settimana dell’anno nevicò nella provincia di Cuneo. Il 31 dicembre F* era incerto: farsi multare dalla Repressione Frodi perché avrebbe sparso le vinacce sui terreni oltre la scadenza di legge, o farsi multare dalla Forestale per spargere le vinacce sul gelato il giorno stesso? Di fronte a certe forme di intelligenza cooperativa, le tue individuali facoltà di discernimento sono quello che sono. Zero.

Vino Mondo

Non chiedermi perché, ma ho fatto il compleanno ai tristi tropici, un posto dove le strade sono sensatamente considerate un luogo pubblico. Peccato che sia vietato fumare in luogo pubblico. Avrei fumato volentieri sul balcone, se non ci fossero state troppe scimmie per i miei gusti.

Bersi una birra ghiacciata è solo leggermente più tollerato, del resto c’è un limite a quello che puoi mangiare insieme a un succo di papaya. Il vino è agli arresti domiciliari negli hotel e ristoranti più costosi. E’ l’occasione di guardare il mondo del vino col cannocchiale.

Mondo del vino è un’espressione congrua, come si giudica dalla lista del Mount Lavinia Hotel, un posto dove ho passato pomeriggi e che merita gratitudine per avermi sottratto dal resto. In cosa consiste la mondità del mondo? In luoghi comuni classificati dalla distribuzione e un cliente finale rassegnato. Banche, container.

Che effetto ti fa la mondità del mondo? Una lontananza disponibile, come entrare in un’agenzia di viaggi.

Raddoppio. Su una poltrona tropicale del Mount Lavinia apro McInerney, voglio leggere il mondo del vino da uno scrittore brillante di New York, uno che aprirebbe anche la mente coi suoi vini Botero e vini Modigliani, vini Orlando Bloom e vini Colin Farrell.

Ma quando vedi che imbrocca un Haut Brion del ’97 in degustazione alla cieca, che ha accesso comitale alla cantina di Julian Barnes e prende l’aperitivo con Raymond Carver, avverti che è un’altra lontananza, disponibile a chi ha talento e denaro.

Così intendi quando faticosamente torni che la tua lontananza è lì, sessanta kilometri oltre, democraticamente disponibile eppure vivente poco sopra un silenzio, e ti sembra vera lontananza.
vinomondo

Val Sangone

scruton_161  Sono andato in Val Sangone nei giorni in cui leggevo questo libro. Nel libro ci sono frasi come: I bevitori pagani dei nostri giorni vanno in cerca dell’uniforme, dell’affidabile, del facile da ricordare, e che importa da dove arriva il vino, finché ha buon sapore? E’ di qui che viene la tendenza a classificare i vini in termini di azienda produttrice e vitigno, ignorando completamente il suolo o infilandolo in una categoria geologica come gesso, argilla, arenaria o ghiaia. Sono andato in Val Sangone come si va in Borgogna. Sono andato a trovare Giulia Chiarle, che fa il vino a Villarbasse con il nome del nonno, Prever.

Il suolo è una terra rossa mista a ciottoli, messo a nudo dal ritiro del ghiacciaio. D’estate è torrido. San Quirico è il nome di un rosso Prever e di una chiesetta con campanile medievale sulla tangenziale. San Quirico è patrono dei contadini festeggiato il 16 giugno.

Ci sono documenti scritti che vanno molto indietro a testimoniare la presenza della vite in queste zone, ma chi compra oggi un vino della Val Sangone o eventualmente cosa vi trova lo sconsiderato?

Non il vitigno. Non c’è stato ampelografo o ricercatore universitario in grado di determinare di che varietà sia fatto il bianco di Prever, piantate negli anni cinquanta. E’ incredibile la diversità dei giudizi quando manca questo riferimento. Vi aggiungerò il mio: un catarratto in esilio.

giulia_03 Bisogna prenderla alla larga e passare attraverso Giulia, che prende un’aspettativa dopo l’altra dal suo studio di commercialista per montare sul trattore e districarsi tra cordoli e marciapiedi residenziali per raggiungere le sue vigne. Il terroir è infatti questo, vigne incastrate tra villette e vigne più lontane, accessibili da sterrati, ai confini del bosco.

Dodici vigne in comodato d’uso, la soluzione giuridica perché la terra non vada a ramengo quando il prezzo d’affezione (o la prospettiva edificabile) va molto oltre quello di mercato. Dodici vendemmie con manodopera voucherizzata trovata con annuncio sulla bacheca della scuola, cerco mamme per vendemmia. Adesione entusiasta. Dodici vini, ridotti poi a quattro o cinque con assemblaggi.

Bisogna immaginare Giulia che potando trova la pace, che guarda le uve sane e poche di vigne vecchie, che si muove nell’angustia da gnomi della vecchia cantina da cui senti il fiume, che traccia la nuova cantina più comoda da cui sentirà forse la strada.

Local sirah

anna_oddoneQualche volta penso che sia io a vedere fosco dove c’è il buono del creato. Poi vado in Val Bagnario, parlo con Anna di Oddone Prati e vengo via con la coscienza di reporter senza macchia. E’ proprio fosco.

Val Bagnario è percorsa dalla Strada degli Aromatici, moscato e brachetto. Col primo si campa, col secondo si annaspa. Anna ce l’ha su col Consorzio, i conflitti d’interesse del presidente, la connivenza con l’industria. Presente che anche col moscato potrà andare peggio, a breve quello d’Asti se la vedrà con quello piantato in Romania e nell’Oltrepò. Giovanni lo dice: non c’è momento migliore di adesso per vendere i diritti del moscato.

Oddone Prati è un’azienda con terra, Anna dopo quarant’anni di fabbrica a Castellazzo Bormida ha comprato qui, dove c’era già la proprietà di famiglia. Ha acceso i mutui, aveva un progetto, basato sul fare bene e una scommessa sul territorio. Per non morire di barbera, nel 2000 pianta del cabernet sauvignon, del sirah, dell’albarossa. Dieci anni di viticoltura a Strevi non l’hanno resa meno combattiva, ma delusa sì.

Le tasse sono aumentate, le spese sono moltiplicate, le contraddizioni sono diventate l’ultima mandata di chiavi sulla vita delle aziende.

Con quindici giornate di terra puoi campare solo se lavori tu in prima persona, rinunciando alla manodopera, però vuol dire smontare da un trattore per montare su un altro. Con 35 ettari devi avere del personale, balcanici di cui non fidarsi è meglio, ma i costi ti ammazzano.

Hai bisogno di un altro trattore, lo cerchi usato, dieci anni fa potevi scegliere, oggi non lo trovi. Cosa vuol dire? Che investire in un trattore nuovo è l’eccezione, nessuno vende quello che ha. Al futuro pensiamo domani.

Anna è reduce da due multe in due settimane, la Repressione Frodi per registri non aggiornati in tempo, la Forestale per aver bruciato sul posto due roverelle che intralciavano. Erano grosse così, congiunge pollice e indice. Niente, sul posto puoi bruciare solo le ramaglie. 600 euri via così, come se crescessero sugli alberi.

Il figlio Pierluigi ha un buon lavoro nell’informatica a Milano, dedica solo parte del tempo all’azienda agricola. Questa vive con le uve, mentre il vino è diventato un’attività di resistenza. Anna mi dice lo stesso di Claudio Solito: è un gioco, solo in questa dimensione faccio ancora del vino.

Piceno

Offida è uno dei nomi della lontananza. Ci arrivi di sera, non la visiti ma la percorri un tratto con uno scopo, il tempo d’incrociare una banda di ottoni che esce da un circolo, ascoltare due donne che parlano quiete nel loro accento, farsi sorprendere da un luogo d’Italia dove si puo’ vivere senza soffrire troppo. Ci mangi per la prima volta le olive ascolane.

Ci son volute ore di strada e nebbia, nebbia e strada. Esci dal casello sulla Riviera delle Palme, le palme ci sono e la nebbia anche. Verso Ripatransone vedi una pecora in mezzo a una vigna. Il paese è abbastanza alto da stare sopra la nebbia. Ti affacci e vedi le cupole convesse delle colline e le cuspidi dei calanchi, pensi a una pittura del Rinascimento, il malcostruito sta sotto le nuvole.

Perché sei qua? Per Ciù Ciù.

Hai attenzione e ospitalità oltre i tuoi meriti, si tenta la visita alle vigne ma la nebbia ne fa una visita parlata, vedi i filari a ritocchino che scendono precipitevoli ma non fino a dove. L’ambiente è famigliare e indaffarato, la semplicità in primo piano, il calcolo sullo sfondo.

Il vino del Piceno, se non delle Marche, ha un momento di vita, i bianchi sono di moda, i rossi importanti sono esportati, si consuma in zona una buona percentuale di quanto le aziende producono, mentre la Toscana è in affanno e il Piemonte poco meno. Si spiega con i cicli o c’è un altro perché?

La mattina fai colazione nel polifunzionale di una volta, il [bar edicola alimentari], cappuccio caffè e due briosce — 3 euri e 20. Mentre ti lascia lo scontrino, la padrona ti guarda negli occhi e ti telepatizza la risposta: cogli il nesso?

Blues di Natale

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo.

Lunedì mi controlla la Provincia,
martedì mi controlla il Nas,
mercoledì mi controlla la Regione,
giovedì mi controlla l’Asl,
venerdì c’è la Repressione Frodi.
Sabato, sabato sono uno straccio, bellezza,
e domenica vado a potare.
Sì, il giorno del Signore vado a potare,
perché quando i controllori lavorano,
io lavoro per loro.
Ci sono più tipi di sbirri
che giorni della settimana, zucchero,
e sono tanto stanco.

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo.

Controllano tutti la stessa cosa
ma non si parlano tra loro,
così ciascuno mi può multare,
e se non è una multa è una tassa,
e se non è una tassa è un costo,
e se non è un costo è un obbligo,
che è lo stesso.
Signore, quattrocento anni lasciasti il tuo popolo
in terra d’Egitto,
quando mi trarrai fuori dalla schiavitù?
Quattrocento anni sono lunghi,
e sono tanto stanco.

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo,
oh no, non mi merito tutto questo.

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esodo_00 Cosa credi contadino, che qua sia meglio? Vieni pure al posto mio, ti martellerà 5400 volte in quattro mesi un loop di voci tibetane sparato a palla, metterà ordine nella tua vita, mai a dormire prima che smetta. E’ l’installazione di Richi Ferrero, un amico del sindaco, quello che si lamenta che non ha soldi e ogni anno il bilancio è più alto del precedente, neanche il municipio fosse quotato in borsa, il fanatico dell’imposizione locale.

Fioriscono le mille iniziative di professori di sociologia in pensione per proclamare il Roero, il Basso Monferrato, persino il Canavese, patrimoni dell’Unesco. Tu resisti muto, pensi che se passa, prima di tagliare una pianta dovrai fare domanda alle Nazioni Unite. Ma pensi che qui vada diverso? Qui siamo già travolti, la vocazione turistica, l’agenda degli eventi che ti lascia senza fiato, vietato il silenzio, lecito solo dis-trar-si, lecito solo pagare.

Quando un Mosè per noi, che ci porti lontano dal gigantismo municipale, che saldi i 6000 euri di debito sul cranio di ciascun torinese, sommati ai 31000 di ciascun italiano? Farebbe fatica a pagarli persino un altro amico del sindaco, l’Oscar Eatalyano, che dichiara come un operaio specializzato. A proposito, qualcuno sa come si chiama il suo commercialista?

4 foto

Quest’estate a Cuisery, il paese del libro usato, mi è capitato tra le mani un vecchio libro di Sander. Ecco, mi son detto, è così che voglio fotografare gli agricoli d’ora in poi. Epici, rigidi, seri.

Starò qui a dirvi che spreco di istruzioni ho adoperato per risultati che definire incerti è litote? Gente che vive quotidianamente nella serietà, fa una fatica del diavolo a non sorridere davanti a una macchina. Il dominio del televisivo arriva a persone che non sfogliano un settimanale da vent’anni.

burlotto I Burlotto hanno qui finito la vendemmia, stanno lavando le cassette. Siamo a Verduno, Carlin ha appena portato quattro quintali di vinacce alla distilleria e incassato una fattura di 1,56 euri iva compresa. Il tempo e il viaggio costano di più, ma sei obbligato. Potresti utilizzarle come concime, ma devi chiamare la Repressione Frodi che certifichi l’operazione. Siccome la Repressione Frodi può cogliere l’occasione per dare una controllatina a cento cose inessenziali, 90 su 100 portano le vinacce in distilleria a 0,30 euri al quintale più iva.

destefanis Le cassette della vendemmia sono sullo sfondo dei Destefanis a Montelupo Albese, paesaggio fenogliano e luogo natale dell’enostar Beppe Caviola. Il figlio è tipo cortese e preciso, il guizzo è del padre, ottant’anni e rotti, la voce afona per qualche male, ancora viva la vocazione all’aria aperta, ogni volta che entra e esce dalla cantina si cambia le scarpe, come in moschea. Sono le istruzioni del figlio.

 
fratelli_stella I fratelli Stella di Costigliole mi hanno sempre messo un po’ in difficoltà. Agricoli con ascendenze di commercianti, qualche volta penso che mi prendano per il naso, allora diventa un teatrino tra il topo di città e i topi di campagna. E’ gente che se la cava.
 

 
bianco_nebbiolo_02 Con Piero Nebbiolo e Giovanni Bianco dopo pranzo ad Agliano. Dico che voglio una foto come i Litfiba, intensi. Ecco il povero risultato.

Giovanni Bianco nella mattina ha ricevuto la fattura del ritiro delle acque sporche di cantina. Come mai è più cara del solito. Sa, quest’anno abbiamo avuto dei costi in più, i Carabinieri ci hanno imposto di installare il satellitare sul camion, così sanno sempre dove ci troviamo.

Giovanni mugugna, cosa ci sarà mai nell’acqua di cantina, vino e un po’ di bisolfito, una volta buttavo giù dalla riva e ho mai fatto danni a niente. Giovanni non usa bisolfito nel vino se non in fermentazione, ma ne spreca per la pulizia. Si lava le mani col bisolfito. Provate voi d’inverno quando si screpolano.

Giovanni è personaggio a Calosso. Ogni anno si occupa di malavoglia della pigiatura alla Fiera del Rapulé. Quest’anno pioveva. Benissimo, ci siamo almeno risparmiati la parata degli ultrasettantenni sul tamagnone.

Il Consiglio Comunale il 9 aprile 2010 ha dichiarato Calosso primo Comune Junk Food Free, con una serie di prendendo atto, tenuto conto, considerata, ricordando, valutando, al fine di e non vogliamo. Scordatevi di mangiare un Kinder Bueno a Calosso. Solo presìdi Slow Food.

E’ il nuovo pensiero unico.

Non accade più nulla di naturale. Non ci si può imbattere per caso in un luogo che ci sorprenda. Tutto deve essere chiarito. I cartelli del turismo dicono dove siamo, qual è lo scopo del nostro viaggio. Ciò che non è segnalato può essere distrutto. (Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere)

Costruttivismo

Finito il dolcetto di Dogliani, chiesto a Barosi se mi suggeriva qualcuno. Prova a vedere dalla Nicoletta Bocca. Sfuso? Non è neanche scesa dal balcone per dirmi di no. Mi sono reso conto meglio del contesto quando ho avuto un breve colloquio con Anna Maria Abbona.

Anche lei mi dice di no. Parliamo della nuova denominazione Dogliani. Lei insieme alla Bocca, Pecchenino, Marziano Abbona, Barosi no solo perché non c’era ancora, è stata uno dei sostenitori della nuova docg, dal ’97 che lottano. Scopo: valorizzazione del territorio. Modello: Barolo. Altrimenti: chiusura delle aziende agricole.

Sono due anni che c’è. Ha funzionato? No, tanto è vero che sta per passare una nuova stesura della denominazione, secondo la proporzione

dolcetto di Dogliani : Dogliani = Dogliani : Dogliani Superiore.

Riflessione teorica. Si può essere biologici e avere una idea costruttivista e non ecologica del mercato. Il costruttivismo è molto più importante nel generare variazioni – innovazioni sociali ed economiche – che nel selezionare quelle che sopravvivranno (Vernon Smith).

Riflessione organolettica (non mettere mano alla pistola, l’uso della parola è qui strettamente ironico. L’indigestione di organolettico te la farai fra qualche giorno, quando apre il Salone del Gusto). Proprio quando il mercato regredisce a forme meno concentrate e riscopre perfino l’abboccato, ce la dobbiamo prendere coi superi dei rendimenti, forzando verso un dolcettone da almeno 14 gradi?

Riflessione politica. Le doc dop docg sono macchine da divieti che alimentano il giustizialismo agrario. Stiano prudenti gli apprendisti stregoni — quei di Bra, l’ex ministro agricolo, i consorzi di tutela — un paese con 10.000 formaggi disciplinati non è solo impossibile da governare, è l’ambiente dove la lapidazione dell’indisciplinato sarà endemica.

Taggiasche

Un giorno a Pieve di Teco, a vedere se è ancora lì quello che vedeva Soldati trentacinque anni fa. No, non c’è più. Il recupero del teatro Salvini, un teatro da qualche decina di posti — piccolo! sognamo di piccolezze le economie e gli spettacoli — non fa argine a un’invadente malinconia. Nei portici profondi, nei fondaci bui c’è meno pace che rassegnazione. Non più oggetti utili, ma le merci della costa, del medesimo. Resiste l’Albergo dell’Angelo, dormici, il dio dell’altrove gradirà l’offerta.

Si scenda lungo l’Arroscia verso il mare e a Borghetto verso Gazzo si salga, si salga. Alla Baita di Gazzo, per una colazione dolce e salata. Dolce di agrumi di Mentone in marmellate di breve cottura, salata di acciughe di fine inverno e olive taggiasche.

gazzo_01Il paese fa 48 abitanti, sazi di anni. Il monte scende ripido, la poca gioventù aiuta il Marco a tenere gli ulivi, a ripristinare i muretti, a disseppelire dai rovi piante ancora vegete. Le vecchie danno una mano alla trasformazione, così che le olive denocciolate e in salamoia, il patè di taggiasche, le confetture, le composte sono d’autore collettivo.

Cifra dell’olio di taggiasca, l’adattamento dell’oliva frantoio in Liguria, è la delicatezza, l’eleganza. Marco coltiva più di tremila piante, molte secolari, spesso in comodato d’uso gratuito, per tenere in vita un pezzo di monte che non si vuol vendere.

La Baita è segnalata sulla Guida delle Osterie d’Italia, aperta nel fine settimana. Dice Marco, non si potrebbe mangiar male, abbiamo una materia prima di eccezione. E come vini? Non solo, ma molto territorio. Anche Vio? Ehi. Quest’anno aveva un vermentino fuori classe.

Avessi due soldi, compreresti casa proprio a Gazzo.

estezargues_01Invece no. Ti metterai in strada, come oralmente consigliato, fino ad Estezargues, dove 320 giorni all’anno sono di sole. E’ vicino a Pont du Gard, il terzo sito più visitato di Francia. A Pont du Gard nella locanda di Caderousse si compie un omicidio nel Conte di Montecristo. Ma tu dormirai qui, dove avrai un’esperienza di savoir vivre al giusto prezzo, compresa una colazione sontuosa in una torre del millecento.

Sirah

L’altr’anno non avrei trovato un vigneron rebelle neanche mettendomi a urlare su una strada di Borgogna. Quest’anno ero sotto la buona stella, andavo a colpo sicuro, non ne mancavo uno.

Il primo a Cruzilles, dietro Chardonnay, tanto per dire. Guillot-Broux è uno dei domaine bio più antichi di Francia, risalendo agli anni ’50 del secolo scorso. Il vecchio non c’è più, i tre figli mandano avanti una baracca da 100.000 bottiglie l’anno. Un monte di gente va direttamente in cantina, è così che fanno il fatturato. Dunque forza Barosi, resistere. Vent’anni e arrivi.

C’è anche dello sfuso, carissimo. Ne vuoi di buono a un prezzo ragionevole? Vai alla Cave di Estezargues.

Prendo qualche bottiglia di Marc de Bourgogne, un distillato che ha passato tanto di quel tempo in barrique, da non temere il sigaro più pestilenziale.

Chiedo, c’è in giro qualche cremant degno? Il cremant de Bourgogne è il refugium peccatorum degli eccessi di produzione del Maconnais, business in mano alle Caves Cooperatives, le nostre cantine sociali. Mi dà un paio di indirizzi.

Con queste referenze arrivo a Viré al Domaine Sainte-Barbe di Jean-Marie Chaland, un furetto di 30 anni che fa un cremant sans souffre convincente. Domando se le cose marciano. Alza una spalla e fa puh puh con la bocca, uè, marciano, vendo di meno all’estero me di più sul mercato interno. Voi siete il mio primo cliente italiano.

Ma è il sirah che ho in mente. Vienne è a tre ore di furgone. Da lì sulle sponde del Rodano si snoda verso sud la zona del sirah più buono del mondo.

vgassePrima fermata ad Ampuis, sulla Côte Rotie. Cerco Vincent Gasse e lo trovo. La prima cosa che mi dice è qui il vino è caro. Mi fa assaggiare il sirah dai tonnò, 2009. Devo fermarmi un momento. Dieci giorni dopo assaggerò da un tonnò canavesano del sirah 2008 e non troverò gran differenza con quello di Gasse. Il sirah giovane è un vino buono, tannico, vinoso, ma solo con gli anni eventualmente si esprime. E’ un vitigno elastico, che cambia molto col terroir.

In bottiglia è disponibile il 2002 e il 2004. Prendo il 2002 che costa meno, evidentemente non fu una grande annata. Lo berrò qualche sera dopo, trovandolo sottile, complesso e lontano. Insomma senza capirci granché.

Proseguo verso Valence, salto l’Hermitage che mi intimidisce con le sue maison tirate a lucido, e proseguo verso Cornas, zona di sirah più rustico. A Châteaubourg dai Durand constato che non c’è disponibile del Cornas più vecchio del 2008.

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OLYMPUS DIGITAL CAMERA Claudio Rosso si è sposato con Loredana. E’ stata festa grande, dove anche Giovanni si è preso una piomba, giorni dopo mi disse di non avere più la tempra.

Claudio nel suo fare il vino ha tra i suoi riferimenti i francesi. Beviamo a pranzo una bottiglia di Pouilly-Fuissé senza Aoc di un vigneron rebelle che non ricordo e discutiamo la differenza coi suoi bianchi. Sta nei terreni meno grassi, negli impianti fitti, nella latitudine più fredda, l’uva è come costretta a succhiare tutto quello che può, i bianchi non hanno neanche fatto la malolattica, hanno una freschezza maggiore, senti come evolvono nel bicchiere. Qui con l’opulenza di questi terreni devo giocarmela in modo diverso, contare sulla struttura.

A lui chiedo cosa pensa del sirah. Quelli buoni che ho bevuto erano vini voluminosi — sì, ha usato questo termine. Allora mi torna in mente che il sirah più buono che ho bevuto finora è quello di Oddone Prati in Val Bagnario. Dietro quel sirah c’è una signora di cui un giorno voglio parlare.