Robiole

OLYMPUS DIGITAL CAMERAGiornata che piace all’oidio, un sole sporco e una brezza malata del duro luglio 2010. Qualche ora con Claudio Solito della Viranda, su una strada in cresta da San Marzano Oliveto a Roccaverano, passando Belbo e Bormida, in visita all’eroico odierno, Marco e Fabrizio della Masca, allevatori di capre e fabbricatori di robiole.

Il mal bianco rimembra campane e sirene che allarmavano le colline pei trattamenti fino a 15 anni fa, quelle dalle parrocchie e queste dai consorzi. Oggi è silenzio, l’occhio può andare a leggere in municipio gli elenchi di prodotti chimici da dare, prontuari politicamente corretti, a un prodotto Bayer segue un prodotto Agrifarma e via bilanciando.

Questo silenzio delle campagne mi ricorda uno sfogo di Giovanni. E poi mi vengano a dire che la qualità della vita è migliorata. Quello là vent’anni fa lavorava con venti chili sulle spalle a dare il verderame e cantava tutto il giorno. Oggi che c’è il trattore e tutte le comodità, bestemmia peggio di me, che se passa don Romano ci squalifica tutti e due.

Altro secolo, altro male. Anche qui in cresta, dove le pendenze non fanno gola alla meccanizzazione e l’ambiente è sano, la flavescenza imbrunisce una vigna qua una vigna là, in mezzo tutto bene. Lo scafoideo risulta più imprevedibile del dado, non sai se si muove o sta fisso. Esiste una spiegazione olistica della flavescenza, la vigna forzata a produrre è quella soggetta a malarsi, ma l’osservazione smentisce. Ci sono i trattamenti obbligatori, ma tutti sanno che servono a niente, a parte l’industria chimica. E’ un male che si conosce poco, neanche i francesi lo hanno inquadrato. Non sarà un’apocalisse, si convivrà.

Chi convivrà? Il 60% della forza è oltre l’età della pensione, e non ci salveranno i rumeni. Molte terre in vendita, con 1 euro e venti al metro prendi belle posizioni. Il problema sono le case, se le accaparrano svizzeri e pure americani. Assisteremo alla divisione tra terra e case, chi lavorerà non abiterà.

Per Claudio cosa urgente è separare la piccola azienda agricola dall’agroindustria, non deve la prima avere gli stessi obblighi formali e fiscali della seconda. Lasciare correre il piccolo, non imprigionarlo per i salami fatti in casa, non chiudergli il laboratorio non piastrellato fino a 2,40, non torturarlo per un’etichetta fuori norma. Così si affronta la notte prossima ventura, di nuovo un’agricoltura di sussistenza, con l’orto, gli animali e il ciclo della fertilità. Prima la pancia piena, se no sommosse.

Nella piccola azienda sarà sempre il titolare a guidare il trattore. Se infatti accadesse un infortunio al salariato, l’Inail obbligatoria pagherà il salariato ma si rivarrà sul titolare con i mille obblighi di legge inosservati. Se invece si fa male il titolare a Rocchetta Palafea, l’Inail obbligatoria lo pagherà 7 euri dopo la franchigia e l’obbligo penale di presentazione ad Asti per la firma. Scommettiamo che l’Inail è in utile? Scommettiamo che l’agricoltore coscienzioso si fa un’assicurazione privata?

E’ l’Associazione Rurale Italiana che si occupa di promuovere una proposta di legge sulla piccola proprietà agricola. Fanno festa alla Viranda l’ultimo di questo mese.

Siamo alle robiole infine. Ecco gli isolati da medaglia al valore civile, le sentinelle del nulla, i bisognosi di silenzio, le guardie dei muri a secco, gli allevatori di capretti da latte materno di fronte ai camion di bestie orientali da 2 euri al chilo. Scommettiamo che uno studio di settore si occupa anche di loro?

Tasse urbane 1

tolstoj_01Hai letto l’ultimo libro di Scanzi. Di sommellier spiritosi non ne puoi più, di interviste ai vignaioli ne hai fin qua. Ti rarefai. Passi dal quasi blog al quasi nulla.

La Tarsu arriva dopo le elezioni. L’Amiat è in utile, ma la tassa aumenta del 10%. Però la paghi in 6 rate invece di 4. Il Comune ti pensa sempre.

Orecchi che parlano di aprire un’azienda in un giorno. Vuoi mettere su un bar. Scarichi il modulo del Comune per fare domanda di nuova licenza. Senza master alla Bocconi non riesci neanche a leggerlo. Si lascia capire invece che il Comune ti chiede i bigliettoni per l’impatto sulla viabilità. Lasci perdere. Sputi sulle liberalizzazioni, puh. Pensi che giù si chiama pizzo.

Leggi che per risolvere il problema dei troppi uffici, la Regione apre un nuovo ufficio, di Pronto Intervento contro l’Emergenza Burocratica.

Presenti il bilancio della tua attività. 5000 euri di utile, 3000 di IRAP e 1500 di IRES. Ti guardi intorno, non c’è nessuno a spiegarti quale interesse a stare in utile.

Pensi a Giovanni, a una cosa che dice. Uno di questi giorni brucio tutto. Quella esasperazione monferrina diventa urbana. Ecco, ti trovi in corso San Maurizio quando la ZTL è chiusa. Pensi che l’assessore al traffico non ha neanche la patente.

Tasse agricole 1

tolstoj_00 Fermiamoci prima. Prima che il Monferrato diventi un impianto fotovoltaico, con energia solare prodotta di notte da generatori diesel. Prima che aumenti l’accisa su vino e tabacco per salvare il debito pil. Prima che il ministro del Tesoro e il capo dell’opposizione discutano se il Tax Freedom Day sia il 16 o il 17 di ottobre. Questo è dopodomani, stiamo all’oggi in una piccola azienda vitivinicola.

In campagna si pagano poche tasse. C’è il reddito agricolo, il reddito dominicale, i contributi. Questi ultimi sono in relazione ai primi due. Negli ultimi tempi accade che la legge sui ricongiungimenti famigliari dell’ultimo governo Prodi possa mettere di fronte due storie così: un collaboratore famigliare con trentacinque anni di contributi e pensione di 500 euri, e i due genitori ultrasessantacinquenni ricongiunti di immigrato regolare, zero contributi versati e ciascuno con pensione di 450 euri. Il figlio ha la delega per ritirare la pensione, i genitori stanno a Tirana, la ricevono via Poste Italiane o Western Union. Non ci puoi credere?

In compenso le incombenze obbligatorie sono innumeri, e ricorda, nessuna è gratis. Usi non dico i pesticidi, ma rame e zolfo? Una volta i sacchi vuoti li bruciavi, oggi devi sottostare alla SISTRI. Vuoi rivendicare un vino? Uh, una x per l’uva, una x per la massa di vino, una x per le bottiglie, i campioni d’analisi, le fascette, ogni volta un fax, a fine mese il Consorzio ti manda la fattura.

Non puoi seguire tutto questo, il tuo lavoro è potare, legare, irrorare. Paghi un tecnico o un sindacato agricolo, che fa le pratiche: per la nafta agricola, per l’espianto, per il collaudo d’espianto, per l’intenzione d’impianto, per il collaudo d’impianto. Ti tiene la contabilità delle tue 50 fatture l’anno. Ti fa anche il 740. Costerà 5000 euri. Ti consoli che va tutto nel pil, tu diminuisci ma almeno lui cresce.

Paghi l’iscrizione alla Camera di Commercio. Scusa, ma hai mai capito a cosa serve? No. Neanch’io.

E poi paghi quella che ti rode sul serio, l’IRAP, la tassa su chi è bravo a lavorare.

Sei mesi fa hai ricevuto una raccomandata dell’ASL che ti chiedeva 400 e rotti euri per venirti a fare un controllo. Si chiama diritti d’ispezione.

Sono anni che vendi il vino a un grande imbottigliatore? L’ASL o la Polizia Sanitaria ti chiederà di mettere a norma la cantina, 40000 euri. Allora rinunci a fare il vino e vendi le uve. Il prezzo lo farà l’acquirente e dopo un paio d’anni chiuderai l’azienda, metterai su un impianto fotovoltaico e ti chiederai perché non ci hai pensato prima.

Fragole e mirtilli

Al Laboratorio di Resistenza Dociaria di Alba ho comprato una confettura extra di fragole che era come la madeleine di Proust. Era fatta dalla Cooperativa Agricola Terranova di Luserna San Giovanni.

Niente su internet, buon segno, mi metto in strada. Trovo il posto a naso. Un uomo mi aspetta sul cancello. Come mai non c’è indicazione, neanche un cartello? L’uomo alza le mani, abbassa la testa e dice va bene così. L’uomo si chiama Giampiero Spadotto.

Parliamo, è il buon incontro.

La cooperativa ha più di trent’anni alle spalle. Figli del ’68. Ci fu allora un certo movimento verso la campagna, il progetto di vivere di poco ma stare senza padroni. Si arrivò a 25 cooperative agricole in Piemonte. Tentativi di consorziarsi. Contabilità in comune. Naufragio per eccesso di riunioni. Poi il mercato e i fallimenti. Valli Unite ha realizzato il progetto d’origine. Terranova? In parte. La vita un bivio dopo l’altro ti trovi che sei senza alternative. Oggi sono un topo di laboratorio. Indica dove si trasforma.

Dodici soci conferitori. Uno dei soci da giugno a settembre va in montagna a raccogliere i mirtilli selvatici. I ramassin molto buoni. Da quest’anno si usano le castagne del posto invece delle garessine.

Inizi molto duri. Molta fatica per remunerarsi 6000 lire l’ora. Quando ci siamo assestati, c’è stata la crisi del ’92. Improvvisamente le vendite calano dell’80%. Sugli scaffali appaiono marmellate confezionate come le nostre ma fatte con la pectina. La pectina contiene dei residui chimici della lavorazione, inoltre ti permette di fare molto più prodotto. Le marmellate tradizionali perdono acqua, con la pectina aggiungi acqua.

La marmellata industriale si fa in boule, che funziona al contrario di una pentola a pressione. Noi facciamo con le stesse pentole di rame a cielo aperto con cui abbiamo iniziato, da 25 chili ciascuna. Sono due. Farebbe differenza se fossero in inox? Nno, però queste sono più difficili da tenere pulite, così siamo costretti ad attenerci maggiormente alle procedure, questo è un bene. Il risultato è un prodotto che più che artigianale, definirei casalingo. Come quello che faceva tua mamma e tua nonna. Stai nella languida catena delle generazioni.

Il laboratorio è pulitissimo. Nell’aria l’odore delle castagne sciroppate. Giampiero non ha intenzione di crescere come attività, fare investimenti in attrezzature. Se fosse la tua vita, lo capirei. Ma quando la tua passione è altrove? Ti passa, la voglia.

Non voglio dire qual è l’altrove di Giampiero Spadotto.

Andiamo in paese. Per strada mi fa segno alle due chiese che si guardano, una valdese e l’altra cattolica. Pranziamo in vera osteria, con vino cattivo come si conviene. Un vecchio mangia da solo al tavolo accanto. Nel pomeriggio parte per Vasto. Va dal figlio, arriva anche la figlia da Londra per le vacanze di Pasqua. Ci racconta la sua storia, una storia di emigrazione e integrazione. La storia comincia così: Mi sun ‘d Benevent.

Bianco d’uomo

Mese bianco di neve tarda, deserto, tedio e attesa escatologica.

A Fabiani ho chiesto se vende più bottiglie, adesso che ha le fascette. Mi ha detto che prima dell’euro pagava gli avventizi settemila lire, oggi 11-12 euri. Fai presto a non avere i conti in ordine, bastano dieci anni così.

Se n’è andata la zia di Giovanni.

Cavagnero è oggi il direttore di Brandini. Le bottiglie da lui dirette stanno sugli scaffali degli autogrill MyChef, insieme a Borgogno e le altre cantine di Farinetti. Bravo Carlo, lo intuivo che avevi una percezione esatta dei rapporti di forza.

Ho avuto tra le mani il decimillesimo bottiglione di Eataly, che festa. Ogni volta leggo l’etichetta, per puntiglio, e penso a cosa diceva Mencken — nessuno è mai fallito per avere sottovalutato l’intelligenza del pubblico.

Stato a Fumane in Valpolicella per l’amarone di David Sterza, vignaiolo ecocompatibile. Chiedo come sarà tra dieci anni. Proprio qui dove sei seduto passerà una tangenziale. Io speriamo che sono a Cuba.

scarponi_mo_fangodelai_neve_01Le scarpe di Ivano Mo asciugano a un sole mesto.

 

Da Delai con un tempo infame.

 

 

 

 

 

 

Bricco di Neive

Di nuovo a rompervi la testa che in campagna le cose non vanno. C’è la fuga. Vedi, in questa valle 30 anni fa eravamo 11 famiglie a vivere di agricoltura. Oggi siamo rimasti solo noi. Così i Gamba.

E ci sono i prezzi. Dodici anni fa abbiamo piantato dei pioppi. Valevano allora 7000 lire al quintale. Oggi a tagliarli prendiamo 50 centesimi. Grazie lo stesso, magari li usiamo a scaldarci, qui l’inverno è lungo. Se sono in piano, passa una macchina e forse ricavi quattro euri. Ma se sono in pendenza, mettere un uomo a tagliare? Uh per carità, costa troppo.

Vuoi provare coi cereali? Brezza dopo trentacinque anni, quest’anno smette di piantare il grano. Valeva 35000 lire al quintale quando c’era mio papà negli anni ’90, oggi 13 euri. Pianterò orzo, lo userò per autoconsumo, come mangime alle vacche.

rivetti_spesPer la teoria classica, c’è un eccesso di offerta. Anche secondo Massimo Rivetti, c’è semplicemente troppo vino. Questo vale a livello globale, persino in Cile, Sudafrica e Australia hanno smesso di piantare barbatelle. E qui da noi succede che Fontanafredda faccia le scarpe al ribasso a Terre del Barolo nelle gare internazionali.

Massimo sta in zona di pregio, è un vignaiolo molto tecnico, con un’agenda che lo porta in Giappone, negli Stati Uniti, a Dusserdolf, a Montpellier. Partendo dall’azienda di famiglia, negli anni ha messo su 20 ettari tutti accorpati al Bricco di Neive. Il figlio è alla scuola enologica di Alba.

Quindici anni fa mi bastava portare i registri del vino in banca per avere un mutuo. Adesso hanno talmente tanta terra a garanzia le banche, che se vuoi un mutuo devi metterci la casa. Mi mostra la collina di fronte. Vedi, da laggiù alla stradina è di x, ipotecata. Dalla stradina al ciabot è di y, ipotecata. Dal ciabot al crinale è di z, ipotecata. Il resto è mio di me, ipotecato. Un trattore nuovo diventa un incubo.

Massimo tiene duro, non svende. Però lo sveglia di notte il dubbio che stavolta non è il ciclo, che la notte è lunga e il buio fitto. Per intanto i redattori di guide continuano ad assaggiare 80 vini al giorno, la Regione pensa che ci sia un problema di comunicazione e mette su il museo del vino, i Consorzi dicono ah, le fascette sono andate via tutte. Certo, dice Massimo, se ti apro quel cassetto là, è pieno di fascette, mica vuole dire che il mercato se le compra.

Calamandrana Rosso

monitoPresto da Giovanni per le ultime gocce del suo Barbera d’Asti 2007, un vino pre-consorzio che meritava lo scaffale per potenza ed eleganza. Assecondo la sua malinconia e parliamo di molte morti, fino a quella di Romano Levi – ieri è passato di là e a distillare c’era un giapponese.

Quando era già malato, una mattina che ero lì mi fa chiamare, cosa rara. Andiamo nel giardino e mi chiede se può scavare una fossa grande senza rovinare gli alberi. Ma per fare cosa? Ah voglio seppellire lì le mie cose, quel divano ci ho tanti ricordi sopra, non voglio che finisca al macero quando me ne vado. Un mese dopo sono a Neive e alzo la testa verso la casa, vedo un gran cumulo di terra, ecco penso, Romano ha fatto il suo scavo.

Ho appuntamento con Claudio Solito alla Viranda, sulla strada che da San Marzano va a Calamandrana. Giovanni mi fa la mappa dettagliata. Quando hai il cimitero a sinistra, giri a destra. Un cimitero che non troverò e mi chiederò se non appartenesse a un’altra mappa, della testa di Giova.

Fu Gianni Doglia a dirmi conosci Claudio Solito, l’accento sulla i. Cose buone e prezzo onesto.

Quello che ho trovato in sintesi. Le vigne organizzate a piccoli cru. Gamma di vitigni, barbera dolcetto freisa nebbiolo cortese, ma anche e soprattutto pinot nero, cabernet sauvignon, chardonnay e sauvignon. Orchestra di vini sfusi e imbottigliati, giovani e invecchiati in barrique, bollicine e chinati e passiti. Tutto in piccole partite.

Perché gli internazionali? Li ho piantati negli anni ’80, avere solo barbera era come impiccarsi al Monito (in foto). Il pinot nero poi mi ha innamorato, uva difficile, vino anarchico, lenta evoluzione dei tannini, risultati imprevisti.

Pinot nero e cabernet sauvignon da lunga macerazione e anni di barrique e poi di bottiglia, borgogna e bordolese sovraesposti sulla potenza, ma buoni buoni.

Rese basse, poca solforosa, niente lieviti aggiunti. Ma non mi mescolo neanche coi vini naturali. Non m’interessa certificarmi biologico, pagare per fare 18 trattamenti di rame in un anno e andare su e giù per i filari col trattore, ma non potere usare il fosfito di potassio, che è accettato dai biodinamici. Di questi ultimi invece a certe cose non ci arrivo, il cornunghia, mm.

Odio i consorzi mangiastipendi. Vorrei la doc comunale, il Calamandrana rosso.

La maturità dell’uva è un aspetto importante per i miei vini. Raccolgo due o tre settimane dopo che i tecnici coi loro strumenti hanno detto che è ora di vendemmiare. Esperienza.

Cosa c’è qua sotto? Marne di Sant’Agata, sostrato calcareo, un tufo di colore carta da zucchero. A differenza di quello di Casale, questo si sfalda se esposto al sole.

Ecco.

Dell’agriturismo riporterò solo il racconto di un commensale. Qualche anno fa mi capitava di lavorare fino a tardi in queste zone e spesso mi fermavo qui per la notte. La sorella di Claudio, Lorella, è cuoca già in pista alle 6 di mattina. E una di quelle mattine la vedo che prepara una quantità di rolatine. Adoro le rolatine e pregusto già la cena. Ma la sera scopro che non ci sono rolatine, solo ravioli. Non so se mi segui, Lorella cucina le rolatine per fare il ripieno dei ravioli!

Braghet amar

gamba Dai Gamba sono dovuto andare cinque o sei volte prima che si sgelassero. Alta langa ritrosa e taciturna, il caffè di accoglienza posso ben dire di essermelo meritato, ci vanno due ore per raggiungerli in contrada San Giorgio, comune di Sessame. Qui il dialetto sente l’aria del mare, lessico e cantilena hanno un po’ di Genova.

Ci vado per il braghet amar, il brachetto vinificato secco, fratello minore del ruché, rosso aromatico che sa di rosa, perfetto con desinari leggeri, minestre e formaggi freschi. Penso che all’ala sinistra nella nazionale di Soldati degli anni ’50 ci fosse questo tipo di brachetto, non quello spumantizzato dolce conosciuto ai più. Lo compro senza doc, lo chiamo birbèt sec.

I Gamba mi piacciono per il brachetto, le parole contate e il chiamarsi fuori. Fuori dal sistema doc. Abbiamo avuto spesso problemi, racconta Lorenzo, con la Camera di Commercio per il Brachetto d’Acqui e il Moscato d’Asti. Come mai? Sorridono. Forse era troppo buono, non so. Ma ho rinunciato alla denominazione quando una volta mi sono preso lo sfizio di prendere un po’ di Moscato, schiarirlo col carbone vegetale, allungarlo di una parte su 10 con l’acqua del rubinetto, aggiungere un pochino di acido citrico e spedirlo come campione alla Camera di Commercio. Quello me l’han passato subito. Quello si vede che era tipico.

E’ dopo questo racconto che ho riconsiderato la grafica dissuasiva del mosto parzialmente fermentato di brachetto dei Gamba, il Susina, e ne ho comprato qualche bottiglia non dirò con entusiasmo, ma almeno con partecipazione. E non ho aggiunto altro quando alla domanda perché Susina, Lorenzo mi ha risposto: perché mi piaceva così.

Rch

marengoMario Soldati lo chiamava Ruké, io sono costretto a chiamarlo Rch. A Soldati era antipatico, lo descrive ripido: tutto uno scalino. Per me è un vino delle feste. Lo compro da Massimo Marengo a Castagnole Monferrato. La cantina di Massimo Marengo è impressa nella mia memoria come uno dei posti più freddi della terra. Massimo conferma, Castagnole è un posto di merda, tira un’aria assassina.

Siamo 30 produttori di ruché. La zona buona è questa qua, fa segno sulla sinistra, se vai a Viarigi o a Grana, la devono tagliare con uva di qua per farlo buono. C’è chi va dietro ai parametri, e viene tutti gli anni uguale, ma ti sfugge dalla mente. Io, e anche gli altri, ogni anno è diverso, così non c’è un produttore su cui puntare senza fallo. Anche Nadia, 2 su dieci sono così così.

La cantina si addentra nel sostrato a collegarsi al vecchio crutin, scavato in un tufo morbido, dal tatto polivinilico. Non come quello di Casale, adatto a costruire. Il suolo è calcareo argilloso.

Soldati assaggiò nel ’75 quello dei Meda. Fulvio Ferrari comprava quello dei Meda in damigiana negli anni ’90. Parlai al telefono con Meda qualche anno fa, lo imbottigliava tutto e si considerava un po’ l’inventore del ruché.

Per Massimo Marengo, Meda fu il propagatore. Era vivaista. Prima ce n’era sparso tra i filari, nessuno lo faceva in purezza. Negli anni ottanta ne producevo 1500 litri, oggi più di 10 volte tanto. E’ un vino che si è diffuso col mercato. Io vendo soprattutto a Torino, nell’alessandrino e un po’ nel milanese. Una volta era spesso abboccato e poteva anche mussare in bottiglia. Non riusciva sempre a sviluppare tutti gli zuccheri. Nel disciplinare si può mettere un 10% di barbera, o brachetto. Qualcuno mette un po’ di malvasia, lo riconosci se è troppo profumato.

Novembre pecorino

asciuganoPrimi di novembre, appuntamento con il vino novello in damigiana. Lo fa Giorgio Ferrero a Pino d’Asti da uve freisa. Quest’anno, a evitare la burocrazia del titolo novello, è un vino da tavola. Ma la sostanza — parola chiave 2009/2010 — è sempre quella. Vinificato a macerazione carbonica per esaltare i profumi primari e il colore profondo e brillante. Niente trucchi, niente tagli. Beaujolais, Freisolay.

Giorgio lo fa da vent’anni, ha provato tutte le varianti. Macerazione carbonica vuol dire rovesciare le cassette di uva in un contenitore d’acciaio, saturarlo di anidride carbonica e sigillarlo. Normalmente sta così 10 giorni, Giorgio lo lascia qualche giorno in più. Dentro, qualche acino si rompe e il succo comincia a fermentare creando altra CO2, qualche acino rimane integro e quando lo tiri fuori è gonfio e croccante. Dopo questo periodo, si toglie la massa d’uva e mosto dalla vasca e si pigia normalmente. Molti tolgono presto dalle bucce, Giorgio lascia ancora tre giorni. Quest’anno il suo novello fa 14 gradi.

Gli chiedo chi ha inventato la macerazione carbonica. Boh, sicuramente è nato per caso, qualche francese ha lasciato dell’uva in tino sigillato e poi ha cominciato a ragionare. Giorgio Ferrero è impegnato col PD, pensa che la colpa sia delle banche e la soluzione sia una patrimoniale.

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Edoardo Bresciano è stato tentato dal sindacalismo agricolo, poi considerando con più attenzione il tipo di agricoltore della provincia di Cuneo, ha pensato che meglio fosse farsi gli affari propri, tirare su qualcosa di bello nel suo orto a Savigliano. Ha letto due volte il Dilemma dell’Onnivoro, si è innamorato anche lui di Joel Salatin e ha adottato in modo personale il suo metodo di recinti mobili per pascolare le oche. Ha comprato dei riproduttori e un’incubatrice, vuole crescere i propri animali, sono più grossi e più belli.

Edoardo legge Steiner. Per essere certificato biodinamico dovrebbe frequentare un ciclo di diciannove incontri di tre giorni ciascuno. Ma io lavoro in campagna, come fanno a pensare che possa partecipare a una cosa organizzata così.

Mi piace molto il percorso di Edoardo e per accompagnarlo voglio vendere almeno un quintale di salami d’anatra del Corsaro e di cotechini d’oca, che non ci sono a Eataly.

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A proposito di vini per caso. Sergio Delai aveva in mente un passito dalle uve rosse che si coltivano sul Garda Bresciano, groppello marzemino barbera e sangiovese.

Appassisce a ventilazione forzata, fa una macerazione lunga e mette in barricche. Confida che l’alto grado alcolico blocchi da solo la fermentazione. Ma qualche volta il grado alto non basta. Il suo passito prosegue la fermentazione, consumando più zuccheri. Ottiene un vino inclassificabile, un piccolo amarone spaesato. L’abbiamo chiamato Ron Ama Ron. In questo momento ho una carta dei vini che mi sembra di allenare il Real Madrid.

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Stato a Fornovo, fiera dei vini bio e naturali. Qualche edizione fa era una cosa frequentabile, oggi è una baraonda in cui scambiare due parole è un’impresa. Prezzi alti e solo bottiglie da tre quarti, mi sento un po’ fuori luogo.

Lacerti di discorsi. Il biondo di Ca’ de Noci mi fa assaggiare la sua Spergola rifermentata in bottiglia. La senti questa freschezza acuta, quasi dolorosa. Cambio banchetto.

C’è Pietro del Consorzio, che mi critica perché non mi è piaciuto il Cremant d’Alsace di Binner. E’ ossidato voluto, non bisogna avere tutti questi pregiudizi. M-m.

C’è Barosi, impressionato perché la folla non si divide equamente tra il banchetto del Pommard bio e il suo nebbiolo bio. Poco interesse per il Piemonte, dice. L’ultima volta che sono andato a prendere da lui del dolcetto, l’ottimo Pirochetta, mi ha aperto la cantina un rumeno, la porta di casa una peruviana, mi ha porto la fattura un’americana e sullo sfondo un’italiana faceva le pulizie. Manco in Chianti, ho pensato. Ci sono un mucchio di aziende bio toscane condotte da milanesi.

Mi è piaciuto il contadino di Monteforche, a Vo sui Colli Euganei. Mio nonno andava a prendere il vino a Vo, e oggi il fratello di mia mamma. Ricordo Vo come un posto del cavolo e gli ho chiesto cosa gli piace di Vo. Mi ha detto guarda che i Colli Euganei ti stregano. Non aveva biglietti da visita e neanche bottiglie da vendere. Appena posso vado a trovarlo, e penserò a mio nonno e a mia nonna.

Ma lo squarcio nella mia breve permanenza a Fornovo l’ho avuto pur io. Un uomo di 100 e passa chili pranza di fronte a me, troppo rude all’aspetto per essere un viticultore bio. Lo ritrovo fuori che fuma. Chiedo se è un visitatore. No, sono qui col pecorino. Pecorino da dove? Da Scanno, 100 chilometri a sud dell’Aquila. Terremotati? No, altra faglia. Sto a 1300 metri d’altezza tutto l’anno tranne l’estate. L’estate salgo a 2000. Tengo 1500 pecore, 40 vacche, 40 capre, maiali, conigli, e trenta cani. Trenta cani? Per tenere insieme le pecore? No, per difesa. Difesa da che? Dalle bestie selvagge. Lupi. Linci. Orsi. Anche le bestie selvagge sanno che l’uomo è l’animale più cattivo, e sanno che dove latra un cane, c’è un uomo.

Per tutto il viaggio di ritorno ho sognato l’Abruzzo.