Colli Euganei

Mentre apriva la portiera osservò la bava grigia che copriva la ruggine dove si crepava la vernice coreana. Si chiese quanto vi fosse dell’alito dei suoi concittadini, e quanto di quello che inspirava fosse da loro espirato. Contò che una parte su settanta di quel lurido cocktail era fiato o scarico di un dipendente comunale. Portò la destra al fegato, cercò un pezzo di asfalto pulito e sputò. No, non era Knoxville, Tennessee. Salì sul furgone e mise in moto.

Era l’una e trenta legale di una giornata che più in alto era luminosa. Era diretto a Quistello e voleva evitare la nebbia col buio. Non sapeva che quella nebbia che aveva in mente, quella nebbia che molli la bici e sta in piedi da sola, quella nebbia non c’è più. Altro era da temere, la scrupolosa osservanza degli orari dei dipendenti della cooperativa. Quando arrivò allo scadere e ancora lo servirono, pensò che la mano del Signore era su di lui e fu grato.

Da Quistello a Ostiglia attraversò un buio padano dove nere erano le vacche e neri gli autoctoni. Dopo Mincio e Po, valicò l’Adige su un ponte militare. Era nella Serenissima.

monteforche Il mattino aveva appuntamento con Stefano Menti per fare visita ad Alfonso Soranzo sui Colli Euganei. Stefano è una figura insolita di produttore curioso di quello che fanno gli altri. Alfonso è sprofondato nel luogo che abita e lavora, non ha sito nè collegamento internet. In comune hanno la garganega. Il sostrato di Alfonso è vulcanico, quello di Stefano un lembo di Alpi.

Assaggiò. Consentì a farsi stregare dai Colli. Ascoltò cosa succede ai tuoi vini se tu non usi antibotritici, ma i tuoi vicini sì. I vini erano buoni puliti e giusti, ma più buona pulita e giusta era l’assenza di pensiline inutili e costose infrastrutture, la lontananza di élite altruiste, la signoria della manutenzione ordinaria.

Pietre sopra

Oggi voglio aprire un file delle pietre sopra.

Primi di ottobre 2009. Azienda Agricola Borgo Maragliano.

Avevo chiesto a Gianni Doglia una soffiata non banale per delle bollicine a chilometri zero. Vai da Carlo Galliano a Loazzolo, fa solo bianchi e qualche volta il moscato è fin più buono del mio.

Un giorno che sono a comprar bottiglie, per ottimizzare la trasferta decido per Loazzolo. Non so ancora che viaggione sia arrivarci, per dire quanto è relativa l’espressione chilometri zero. Da Canelli si sale, gran vista sull’alta langa astigiana, giungo tardi, sarà l’una.

Carlo no, ma c’è la moglie. Se voglio comprare, viene giù e la sbrighiamo subito, se voglio degustare, ripassi dopo le tre. Non sto due ore in giro, possiamo fare in altro modo? Chiedo a mio suocero. Lorenzo, Lorenzoo, puoi andare dietro a sto signore? Non, adesso faccio pranzo e alle due ho appuntamento. Va ben, grazie, di bollicine è pieno il mondo, è stato un piacere.

Pietra sopra. Tu in campagna non puoi essere così indifferente alla lontananza che ho attraversato, nè puoi astrarre quanto c’è di pellegrino assetato e affamato da questo forse cliente che si è materializzato sull’aia all’improvviso. Altrimenti, tanto valeva chiamare il tuo agente di zona, e pensare che l’abisso è un’invenzione del demonio.

Consorzi di Tutela

Col tempismo della dissenteria, i Consorzi di Tutela finalmente tutelano. Mentre il barolo sfuso quota la metà di un anno fa, si applicano gli stessi controlli del barolo su tutte le doc, su ogni bottiglia una fascetta stampata dal Poligrafico dello Stato e numerata dalle Camere di Commercio.

Le Regioni, questa caricatura di sussidiarietà, finalmente garantiscono. Hai coltivato 100 chili d’uva? Paga 40 centesimi al Consorzio. Dall’uva hai fatto il vino? Altri 40 centesimi. L’hai pure messo in bottiglia? 40 centesimi, prego. Trascurando i fax, i bonifici, i registri, i campioni d’analisi, i costi delle analisi, i costi delle fascette, i costi per mettere le fascette sulle bottiglie, e le multe siderali se qualcosa va storto.

La Regione Piemonte, quella che prima ha dato i soldi a Soria e poi si è dichiarata parte lesa, non avendo — unica tra le Regioni — neanche un’Indicazione Geografica Tipica, garantisce ancora di più. Un vino piemontese d’ora in poi avrà la fascetta o sarà un Vino da Tavola.

Cosa vuol dire tutto questo, amico e cliente? Vuol dire che faccio sempre più fatica a comprare un vino con la doc, e in carta troverai un mucchio di sigle e nomi di fantasia da decifrare.

Vuol dire che la burocrazia dello Stato Tecnico rinchiude in un CPT indifferenziato un sacco di vino buono, condannato a dichiararsi grignolino o barbera solamente in clandestinità, nella comunicazione orale tra te e me. Vuol dire che sugli scaffali del supermercato troverai un monte di vino mediocre in bottiglie fascettate, perché l’unica relazione ammessa tra te e il vino è l’acquisto di una bottiglia bordolese o di un brik.

Per questo ti dico, ancora c’è modo di esser libero, prendi la tua damigianetta e vai in campagna. Vai alla botte. E se sei pigro, vieni da me, la qualità senza nome è qui.

Dei Consorzi di Tutela ho parlato con alcuni agricoli, qui sotto ho immaginato un forum, come quelli della carta stampata.

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albugnanoBinello: Ormai tutto il vino che vendo in damigiana è vino da tavola. Ma nessuno mi ha mai detto — come faccio a essere sicuro che è grignolino? Così come nessuno, dico nessuno, mi ha mai chiesto cosa significa la fascetta sulle bottiglie di Nebbiolo, o come mai quella bottiglia non ha la fascetta, o mi ha detto voglio una bottiglia con la fascetta.

Claudio Rosso: Starò dentro il discorso dei Consorzi con un piede, perché i ristoranti vogliono Barbera d’Asti in etichetta, ma per il resto mi chiamo fuori. Persino il Cardin, il vino più importante dell’azienda, sarà un vino da tavola. Credo infatti nelle visite qui in cantina, nella degustazione diretta, nel rapporto con mediatori sensibili alla realtà del piccolo produttore, e in questo modo la doc diventa irrilevante.

Barosi: Non è che provi tutta sta simpatia per i Consorzi, ma inventatemelo voi un qualche sistema che impedisca che in una bottiglia con su scritto dolcetto ci sia dentro dell’altro. Sì, io penso che ci sarà in giro meno Dolcetto di Dogliani e quindi il prezzo aumenterà o comunque sarà per me più facile venderlo. Almeno fino a che non sarò il numero uno del dolcetto. Allora fonderò un consorzio perché basti scrivere in etichetta — vino da uva dolcetto senza gomma arabica, tartrati, citrico e altri trucchi di cantina.

Binello: Noi abbiamo assorbito i costi del Consorzio e delle fascette senza aumentare i prezzi. Coi tempi che corrono. Per la fascettatrice automatica abbiamo speso 3000 euri. Poi siccome la capsulatrice ogni tanto sbaglia la capsula, ci siamo ridotti a mettere le fascette a mano. Trovo assurdo comunque che ci sia un Consorzio per la Tutela dell’Albugnano: siamo in 9 produttori a farlo, non c’era nessun problema di eccessi di produzione o mercato parallelo.

Claudio Rosso: Per il Barbera d’Asti è diverso, siamo in mezzo a un mare di barbera, e solo la metà è a doc. Il presidente del Consorzio calcola che ce ne siano 150.000 ettolitri di troppo nelle cantine, che è un bel numero. Risultato, quest’anno l’uva costa 3 euri al miriagrammo. Meno del costo di produzione. Avanti così e in qualche anno un bel pò di piccoli produttori chiuderanno. I Consorzi sono stati voluti dai grandi imbottigliatori.

Giovanni Bianco: Qui è un po’ che dico che siamo su una zattera alla deriva, ma quest’anno ti dico che c’è solo più un chiodo che la tiene assieme. Questa dei Consorzi è l’ultima, la Camera di Commercio, la CIA, ognuno ti dice una cosa diversa, anche due persone dello stesso sportello. A me piace lavorare la terra, quel profumo di erba tagliata al mattino presto, ah. Ma qui ormai è tutto un foglio, una carta, un fax. Guarda un po’, è dal 2006 che ho smaltito la carcassa dell’ultimo vitello che ho avuto, ogni anno l’ASL continua a chiedermi soldi per sto vitello. Ecco il fax che gli ho mandato l’altro mese. Vi comunico che l’unico animale rimasto sono io. La mia carcassa sarà forse smaltita da mio nipote quando sarà il momento. E intanto Morando ha messo su un cartello, se vuoi vendere l’uva, 2 euri al miria. O svendi le uve, o svendi il vino. E Morando sì che avrà le fascette.

Totò en Bresse

Prima metà di agosto, soggiorno a Montrevel. Ogni mattina, andando a prendere una baguette, sosto davanti alla carta di Lea. Sospiro sui prezzi del menu e ammiro la lista dei vini, così stringata, così precisa. Otto vini e nessun borgogna.

La lista mi parla: attento, sei nella Bresse. Idealmente parlando, qui costruiamo in terra cruda, la Borgogna in pietra. Se ci fosse ancora un patois, qui parleremmo una specie di occitano, la Borgogna parla francese. La storia ci fa rivolti a sud, per questo vedi i vini del Bugey e di Borgogna quel lembo che ci è più vicino, il Maconnais.

Ascoltiamo dunque la lista di Lea, andiamo a cercare il Viré-Clessé di Jean-Pierre Michel.

Lo troviamo a Quintaine, a metà strada tra Viré e Clessé. Jean-Pierre lavora su 7 ettari, usa lieviti indigeni, potremmo definirlo vicino ai vini naturali. Viré-Clessé è una doc relativamente recente. Cosa distingue uno chardonnay Puilly-Fuissé da uno Viré-Clessé? Il Puilly-Fuissé è lontano dalla Saône 6 km, il Viré-Clessé 2, questo lo espone a delle correnti d’aria più fresche, a una maturazione più lenta. Cogliere il punto di maturazione giusto dell’uva è forse l’atto più decisivo per i vini di Jean-Pierre Michel.

Assaggio il 2007. Un buon chardonnay. Ma poi provo il 2006 e questo sì che si fa notare. Sembra quasi un passito ma con la freschezza del vino da pasto. Jean-Pierre dice di aver proceduto nello stesso modo nel 2006 e nel 2007, tutta la differenza che sento è dovuta all’annata. Fu un luglio molto caldo e un agosto freddo, alla vendemmia l’uva era eccezionalmente carica di sostanza e di zuccheri. In trent’anni di lavoro gli è successo forse due volte di avere un vino così.

Amici e clienti, è questo Viré-Clessé fuoriclasse che vi porto, rendiamo grazie alla lista di Lea.

Vi porto anche da accompagnarlo, terrine di fois gras e paté di canard in tre preparazioni diverse, preso a Dommartine in una ferme tres tres bressane, tres tres ruspant.

Vi porto del Crémant de Bourgogne preso nella sua patria a Rully sulla Côte Chalonnaise, di Ponsot agricolo figlio di agricoli.

Vi porto del Givry di Vincent Lumpp, 1er cru le Clos du Cras Long 2006, buono per i prossimi 10 anni e più.

deretourE vi avrei portato ancora della borgogna bio e rebelle, se incrociandola da nord a sud avessi trovato uno, dico uno, dei miei indirizzi che non fosse in vacanza. Sette porte chiuse e sette campanelli senza risposta trovai alla ricerca dell’altra Borgogna, che bio-delusione. Che inane rappresentanza del territorio.

In effetti anche quella più ufficiale era in mano alle mamme e alle nonne, donne che non rinuncerebbero a una vendita neanche per stare in spiaggia col marito o figlio vignaiolo. Da una di loro vi porto un 1er cru di Volnay, dopo Musigny la zona dei rossi più eleganti della Côte d’Or.

Ma ormai tutto il mio desiderio era verso il Bugey di Lea, i nomi di Seyssel, Chiroubles, Montagnieu mi risuonavano come i nomi delle stazioni nel cuore di Proust.

Non ebbi più tempo. Solo potei puntare al suo lembo occidentale, il Revermont. Da Tossiat vi porto delle bollicine rosate di gamay, l’uva del beaujolais, coltivato da Christian Ballet vignaiolo part-time, e dentro di me il ricordo dello spuntino forse peggiore della mia vita non breve.

Consorzio

Cena con Santo e Massimiliano Solano da Consorzio. Pietro, dello staff, mi dice per prima cosa che assieme al libro di Soldati devo vendere anche quello del priore di Bose, perché dice cose sul cibo e la convivialità. A un altro tavolo mangia Mauro Vergano. Da Consorzio si beve Triple A e dintorni. Posto che consiglio a pranzo.

Massimiliano è a Torino per il matrimonio del figlio del cugino Santo. Massimiliano viene a Torino con un ritmo decennale, quando c’è un matrimonio.

E’ una sera calda. Che tempo laggiù invece? Caldo ma di sera fresco. No, non c’è scirocco. Quando è scirocco tutto si ferma. Mio padre diceva che scirocco va di tre in tre, se dura il quarto giorno arriva fino al sesto. E’ vero? Non so, non ho mai contato.

Guardiamo il menù. Massimiliano è perplesso sull’antipasto di carne cruda. Non si usa da noi. Neanche tanto la carne. E le proteine? Dai cereali, dai legumi. Ne hanno per il 15%, la carne infine per il 23, non è così indispensabile. Tante verdure, da noi.

Massimiliano prende l’antipasto di carne cruda. Gli altri le acciughe, impanate e col burro. Beviamo un prosecco.

Parla del pane. Se penso alla fatica che c’era dietro una pagnotta fino a trent’anni fa, alla quantità di lavoro, rimango stupefatto. Quando ero bambino non girava denaro. Il grano duro si scambiava con la frutta, si pagava il barbiere con una mancia di grano e quello tagliava i capelli a tutta la famiglia per tutto l’anno.

Cambiamo vino, Pietro propone un Tocai. Sa di riduzione, Massimiliano blandamente non approva. Non è frequentatore di fiere di vini naturali, non lo entusiasmano i difetti dei vini naturali.

Gli chiedo della crisi. Le cantine più grosse patiscono investimenti fatti su flussi di cassa smagriti, ma non è la crisi che lo interessa, di più il lungo periodo. Tra Trapani e Palermo c’è il distretto con la più alta produzione di uva, ma solo il 10% vinifica in proprio. Le cantine sociali hanno prima sollevato l’agricoltore dalla schiavitù del grande commerciante, ma hanno finito per deprimere prezzi e qualità. Il catarratto all’ingrosso vale 20 centesimi al chilo, 50 il nero d’Avola. Conti che non tornano.

Esprimo perplessità sui prezzi del vino. Per Massimiliano il congegno che tradizionalmente fa quadrare i conti in campagna si chiama sacrificio. Il contadino era parsimonioso, se oggi raccoglieva 80, sempre 30 spendeva, e se raccoglieva 20, lo faceva bastare. Se togli il sacrificio, quello che ottieni è una lunga serie di paradossi.

Il farmacista ha una bella tenuta, con la casa al centro — un’eccezione in Sicilia –, attrezzata e in ordine. Un fattore se ne occupa, lui vive della professione. La tenuta costa più di quanto rende. Il farmacista propone al fattore di prendersi la tenuta, salva la proprietà, con le attrezzature e la casa e di sbrigarsela da sé. Il fattore rifiuta.

Massimiliano pensa di assistere a una lunga transizione. Sono vent’anni che due tre volte l’anno mi propongono di partecipare a un convegno. Ha sempre lo stesso titolo, Agricoltura: che fare? in cui un medico o un avvocato da lontano danno risposte. Ma la soluzione deve venire da dentro il mondo agricolo, da ciascun contadino. E prima di tutto ristabilire la continuità delle generazioni. Perché se fai studiare tuo figlio per un futuro in città, mancherà anche a te la centratura per stare in campagna. E se non sarà la famiglia di nuovo a prendere in mano la terra, i conti non torneranno.

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Per Geminello Alvi i profitti agricoli nel 2004 sommavano il 5% dei profitti totali ed erano il 2% nel ’92. Nel discorso inaugurale all’Accademia dei Georgofili del 1957 Luigi Einaudi auspicava la drastica decrescita del lavoro agricolo: “Par certo che il dedicare il 40 per cento della popolazione lavoratrice alla coltivazione della terra sia un manifesto spreco della più preziosa fra le ricchezze naturali: l’intelligenza e il lavoro dell’uomo.”

Misura il tempo trascorso non in anni ma in ere antropologiche un altro grafico di Alvi. Quali sono i settori in cui crescono gli occupati tra il ’90 e il 2004?

  • Ristoranti
  • Domestici
  • Sanità
  • Svaghi
  • Altre attività professionali e imprenditoriali”E quell’aggettivo altre, ma di che senso preciso, nell’imprecisione, si colora, gonfio com’è di mestieri avvocatizi o pranoterapeutici.”

Canavese

remo Torinese, anche se bastano 40 minuti, non andare da Cieck. Non guastarmi quel silenzio che accoglie nell’ultimo tratto, prima di attraversare l’ingresso ad arco in muratura. E’ più di un silenzio di campagna, è il silenzio di Cieck.

Non affollarmi il cortile. E’ tutto un pò più piccolo dell’odierno e voglio interrogarmi in pace se sia della taglia di generazioni con meno proteine, o la sapessero lunga sul clima e la coibentazione. Lì è la cantina, sbassate la testa o voi ch’entrate.

Per festeggiare, non andare a comprare il San Giorgio, spumante di Erbaluce. Fermati da Panorama e prendi uno champagne col triplo di solfiti dentro. T’insegnerà che per ogni gioia c’è una penitenza, e io avrò le ragazze di Cieck tutte per me.

Compra la decimilionesima parte di una produzione industriale, non la decimillesima della storia di Remo Falconieri, che fu tecnico ricercatore all’Olivetti, inventò la testina rotante per le macchine da scrivere elettriche, e quando Debenedetti sbriciolò l’azienda, andò ad Epernay per imparare lo champagne.

Aveva già all’attivo centinaia di degorgi fatti a mano, quanti riusciti e quanti rovinosi, e lo muoveva un oggetto dell’infanzia: ‘l butalin d’l vin sfursà. Un tino stretto e lungo di doghe spesse in cui fermentava l’Erbaluce, un metodo Martinotti rudimentale, che dava un bianco frizzante, bevuto in primavera nella scodella.

Non sostare sotto una topia di Erbaluce, questa vite che vuole spazio e architettura per fare bene, che non avrà mai raccolta meccanica e ti rivelerà che è la luce e non il sole a maturare. Così non avrai dubbi quando ordinerai un Arneis per bere un bianco piemontese all’enoteca della tua movida.

Tra Gamalero e Taconotti

smith   Se sei un produttore, penserai che il prezzo incorpora tutto il lavoro necessario, inclusi gli ammortamenti di macchine e strutture. Sarai un sostenitore della teoria classica. Se sei un consumatore, penserai che il prezzo è pari al valore d’uso per te, sarai un marginalista. Se t’interessa dove incrociano questi due prezzi, farai del marketing. E se non ti piace il marketing, beh auguri, domani è un altro giorno, l’equazione non ha soluzioni.

Questo il sunto di mattinata a Tenuta Grillo da Guido Zampaglione, persona che ha studiato e senza calli è agricoltore e produttore di vini naturali tra Gamalero e Taconotti, sul bordo del Monferrato verso l’alessandrino. Colline di pianura il paesaggio, con lontananze. La casa padronale e gli annessi fanno un corpo unico al centro delle vigne. La cosa entusiasma Guido come buona logistica agricola.

Non è come in Irpinia, dove i campi stanno sparsi, ore a piedi col pezzo di ricambio per il trattore. Se il pezzo c’era. Questo prima dei telefonini. Ma anche dopo, non sempre c’era chi ti salvava.

Da Guido infatti puoi comprare anche il Fiano di suo padre, fatto a 900 metri a Calitri, un vino autoevidente, fiorito al naso pepato in bocca.

Questa mattina di mezza estate piove dopo un mese di secco. Le rose selvatiche. Cos’altro ricorderò tra Gamalero e Taconotti, qualche parola con un agricoltore di buona famiglia meridionale.

Terra parecchia e cantina piccola, così molta uva va alla cantina sociale di Mombaruzzo. Quando per il cortese mi hanno offerto 30 centesimi, mi sono messo a vinificarlo da me. Con lunga macerazione, come i rossi. Questo bianco di emergenza è diventato quello che vendo con più facilità, bianco da invecchiamento. Ho sempre voluto fare vini da invecchiamento. Cerco la densità.

Quando la commissione mi ha rifiutato la doc per il dolcetto, che è molto tipico di questa zona, per disgusto ho declassato anche il merlot a vino da tavola. Il sistema delle doc fa acqua non vino. Diradando di brutto per fare poca uva, se non fossi persona seria e vendessi i miei bollini, starei economicamente molto meglio.

L’uso dei lieviti indigeni è molto importante. Quando mi hanno sfidato alla cieca con due vini, uno con lieviti industriali e uno con lieviti del posto, ci ho sempre azzeccato.

Tra i vini naturali, i miei hanno un prezzo relativamente basso. Sono cari ma non costosi. Certo, una bottiglia di Brezza costa la metà. Ma è un vino più liquido, la bocca mi dice che produce quasi il doppio di me, e allora i conti tornano.

Non tutti i pasti vogliono un vino denso e strutturato, ma qualche volta sì. Mio padre fa il viaggio da Calitri a qui con la Elba, ma sempre penso che dovrebbe farlo almeno con la Skoda.

Tra Siena e Firenze

analfabetismo   Questo diario ha delle contraddizioni interne. Non posso andare in cerca dell’analfabetismo agricolo pensante e parlante con l’intenzione di metterlo per iscritto. Gli strumenti dell’osservatore modificano il fenomeno. Non voglio fare la guida di tutte le guide che non contengono se stesse.

Cos’è un vino naturale? Un astenersi, un non-intervento, una neutralità, un affidarsi a cielo e terra. Così devo muovermi anch’io, essere come la Svizzera, non voler sapere più di quello che è già lì, portarti, o lettore, silenzio e ombra.

Stato in Toscana, per del Chianti in damigiana che non si può chiamare Chianti ma IGT Toscana Rosso. Prosegue infatti con metodo la persecuzione della cultura spirituale agricola via Consorzi di Tutela. Un’ottima risposta alla crisi, imporre per legge un prezzo più alto.

In Toscana sosto a Firenze, per confrontare come vanno le cose in un’altra città. Chiedo se c’è interesse per votare un sindaco o un altro, mi dicono che mai i fiorentini furono più sfavati. Attendono con curiosità lo scoppio della bolla Firenze Parcheggi, che nonostante non ci sia un solo posto a parcheggio libero in città, hanno assunto tanti di quei vigilini, come chiamano loro gli ausiliari, che per quanto possano tirare su con le multe, non ci stanno dentro per niente. Attendono con ironia di sapere dove si scaverà per la metro. Non gli dico che sarebbe più adatto il terrore.

Diretto a Vico d’Elsa, di fronte a San Gimignano. L’Elsa separa Siena da Firenze, di qua la malvasia di là la vernaccia. Pietro Majnoni è romano di provenienza, toscano d’adozione, con un quartino piemontese, da Ivrea. E’ suo padre che riprende in mano questa tenuta di proprietà da 200 ettari ponendo fine alla mezzadria. Alla sua morte prematura, è la volta di Pietro.

E’ certificato da qualche anno, legato a Critical Wine (tengo la faccia impassibile, come la Svizzera) e vende soprattutto all’estero. Vedo la tinaia, la moglie, il cane. Non faccio domande e non ottengo rivelazioni. Pietro non ha tempo, dev’essere a Roma per le due e sono due ore di viaggio.

Al ritorno vado a prendere la Fi-Pi-Li e prima di Empoli mi è dato l’unico squarcio del velo di Maya della giornata, l’insegna di Oltre Pizza – Pensavo Peggio. Peccato sia ancora troppo presto per farci pranzo.

Futuro del bio

salatin_biolibreria Non ci facciamo mancare nulla, e se è disponibile il grignolino di Francesco Brezza, allora ci sbattiamo sulla triste provinciale tra Po e Basso Monferrato, nonostante per 70 km non ci sia posto dove fare un pranzo decente. Qualcuno la sa più lunga di noi e vuole lasciare una soffiata?

E’ Francesco che parla.

Passo mediamente un giorno alla settimana sui certificati. E non è più come una volta, quando c’era mio padre, che i tecnici di Demeter venivano qua e mettevano le mani sotto la terra a vedere se c’era un verme. Adesso arrivano e fanno due passi sulla strada bianca, neanche si sporcano le scarpe per andare a vedere se passo diserbante o disseccante. Non ce n’è uno in grado di capire se quella è avena o orzo o qualche altra erba.

Per vendere mi faccio certificare bio da un’associazione riconosciuta dallo Stato. E’ necessario per la tracciabilità. Una bolla, un certificato. Forfé annuale: 1200 euri. Da uno a dieci certificati: 65 euri. Da 11 a 20 certificati: 120 euri. E via così. Tra biologico e biodinamico ci vanno 2500 euri l’anno. Prenderei anche dei contributi, ma dal 2007 si sono fermati a Torino, alla Regione Piemonte. Dev’essere un effetto del piano di stabilità.

Ho due tipi di clienti. Quelli che comprano la certificazione — svizzeri per i cereali, tedeschi per l’uva da succo — e quelli che vengono qui per il prodotto che faccio e hanno bisogno soltanto di guardare la mia faccia e le mie mani. Per la stalla ho già lasciato perdere la certificazione — dovrei portarle fuori dalla stalla due mezze giornate a settimana, costruire dei paddock. Ma quando mi molleranno questi clienti grossi, lascerò perdere tutta questa cosa del biologico. Non ho più voglia di passare le domeniche dietro la carta.

***** (mag 10) *****

Per mangiare tra Torino e Casale, puoi fermarti a Crescentino. Sulla provinciale, frazione Galli, dove vedi i camion, alla Trattoria Operaia di Catellani Oreste, se ti piace rumoroso. Oppure in paese sotto la Torre Civica, all’Archigusto, se preferisci bere meglio e pagare di più. Se ne hai fin sopra i capelli dei Presidi Slow Food, il tuo posto è il primo.

Dopo Ovada

pinoratto Mm, tempo ideale per andarlo a trovare a Rocca Grimalda, dopo Ovada. Una giornata di fine inverno con pioggia mista a neve che esalta gli aspetti squallidi o sublimi di questo paesaggio chiuso e scosceso.

Pino Ratto fa il dolcetto alla maniera antica, con impliciti ossequi alla legge il centro innova, la periferia conserva. Non dolcetto si chiama, ma vino da tavola, per non dovere sottostare alle burocrazie delle doc. Due cru, Le Olive e Gli Scarsi, il primo più femminile, l’altro più arrogante. Cru è secondo lui parola napoleonica, abbreviazione di cruciale sulle mappe militari.

Gli Scarsi sono vigne che hanno l’età di Pino, settantaquattro, Le Olive trentanove. E’ stato uno dei primi barrichisti d’Italia, negli anni ’60. Credo che quelle che ho visto siano ancora quelle là. Gli Scarsi è stato tre anni in codeste barricche e poi quasi un anno in bottiglia. E’ un dolcetto che può invecchiare molto bene, 30 o 40 anni secondo Ratto.

E’ solo su alle Olive. Due volte sposato, due volte separato. Tre figli, l’ultimo ancora piccolo. E come si sta soli? Mah, bene. Non riesco a litigare con nessuno.

Ex farmacista a Genova, viene qui negli anni ’70 con la prima moglie. Nel ’77 c’è un’alluvione. In un giorno viene giù la pioggia di un anno, scivola via tutto. Ci vuole un mese di ruspe a riaprire la strada. La Regione delibera 250 milioni di aiuti, ma per la firma dovrebbe anticiparne 50 a un politico socialista. Niente anticipo, niente aiuti. Siccome è testardo, e non li ha, li aspetta ancora oggi.

La mancanza di denaro attraversa tutta la sua vita. Molti discorsi di oggi sono contro il denaro, virus anglosassone che contagia l’universo. Quando incontra qualcuno che parla inglese, mette le mani in tasca e parla ovadese. Perché lui è alto monferrino, già diverso dal basso monferrino — l’unico Cristo mancino è del Bissoni in una chiesa di Ovada. Figuriamoci dagli altri italiani. Per non dire degli inglesi. Fu amico di Veronelli e di Mario Soldati, che ne parla nel terzo viaggio. Come spiegazione del male, tra la stupidità e la malafede sceglie la malafede.

Altri discorsi contro: le cantine sociali. Hanno tirato giù il prezzo e la qualità. Nel ’37 la paga oraria di un operaio edile era di 2 lire, un manovale prendeva 80 centesimi e un litro di vino sfuso costava 3 lire e mezzo. Oggi a Rocca Grimalda sono tutti boschi, sono rimasti 30 ettari di terra vitati a dolcetto di Ovada, ma nei supermercati trovi bottiglie a 2,50 per 3000 ettari. Nonostante i Consorzi di Tutela.

Non le rese per ettaro dovrebbe essere il criterio per le doc, ma la resa per pianta, un chilo e due. I suoi nuovi impianti sono alla francese, piante fitte che entrano in concorrenza e producono poco.

Ex ala destra — ma il suo vero ruolo era terzino — ed ex clarinettista, non so bene che conclusione tragga, ma ama ricordare che Leonardo venne chiamato a Milano non come pittore o inventore, ma proprio come clarinettista.

Ci sono 4 cose per cui vale la pena vivere: un quadro, che ti prende e ti trattiene; una donna non bella ma affascinante, che ti piace ascoltare; una musica, che se non stai attento ti inumidisce l’occhio. E una bottiglia di vino buono per la conversazione.

Non si è mai ubriacato in vita sua.

Pranzo mediocre da Pietro a Ovada. Usciti, due amici suoi dicono che ci siamo persi la trippa da Angelo. Sospiriamo entrambi.