Giulia

kanteTrovalo Edi Kante senza navigatore. Anche quando sei in località Prepotto, invano cercherai un cartello scritto. Sarà un trovarlo orale, ma in una giornata come questa, pioggia e vento, senza fortuna puoi aspettare ore prima di vedere persona. Nel frattempo, senti la roccia sotto i piedi e guarda l’Adriatico laggiù.

Sono qua senza precomprensione, su una vecchia soffiata. Sono affidato a un giovane che parla stento. Il Carso è un territorio roccioso che geologicamente prosegue in Slovenia, ci sono targhe slovene sullo spiazzo.

Boris mi fa visitare la cantina. E’ scavata al vivo nella pietra, va giù per quindici metri. Al piano -3 il mosto è messo a fermentare in barricche esauste per un anno. Poi sale a -2 e va in acciaio se bianco, in legno grande se rosso. Il terzo anno sale ancora per l’imbottigliamento. Vuoi per questo lento maturare in ambiente costante, vuoi per le bottiglie dal collo stretto, sono bianchi con lunga evoluzione, nonostante la bassa solforosa.

Sul Carso il suolo utile per l’agricoltura è sottile, le rese in vigna sono naturalmente basse. Gli impianti sono alla francese, piante fitte e poca produzione per pianta. Il clima è ventoso, l’uva sana.

Un po’ alla volta capisco di essere fra i vini naturali, a casa di un carismatico. Ma come capita ai cultori della tuke aristotelica, l’improvvisazione che apre al buon incontro, sperimento un incontro mancato. Il signor Kante neanche mi saluta, sembra il coniglio bianco di Alice nel Paese delle Meraviglie, quando ripete non ho tempo, non ho tempo.

Così
Take up my little Violin –
And further North – remove.

Friuli

Nel tardo pomeriggio sui Colli Orientali da Rodaro. Il capo è fuori, ma c’è Francesco che è, come dire, il luogotenente. Persona affabile, concava quanto Rodaro è convesso. Con Francesco si parla anche d’altro, un libro letto, la crisi nel distretto delle sedie, ordinari racconti di burocrazia — per spostare il vino dalla vecchia cantina alla nuova, a 500 metri di distanza e della stessa proprietà, bisogna farsi vidimare la bolla dal Comune.

Assaggio il Tocai 2007, è l’unico bianco sfuso disponibile. Lo trovo pungente come il Sauvignon dell’anno prima. Per Francesco è osservazione fondata in una parentela tra i due vitigni, in Slovenia il Tocai è chiamato anche Sauvignon Vert, e qui talvolta Sovignonass. Poi mi mette in ordine di scontrosità i rossi autoctoni friulani: prima la Schioppettino, più morbido, poi il Refosco e infine il Pignolo, tannico che basta. E il Terrano? E’ ancora oltre, ma si fa sul Carso.

Alloggio a Cividale. E’ un lunedì sera di pioggia, vento e gelo, i negozi chiusi, sembra bella quando non è sprangata. Trovo rifugio al Pomo d’Oro.

L’indomani c’è Rodaro. Gli dico che seguo un po’ sta cosa dei vini naturali e chiedo cosa pensa di Kante.

Bei vini, ma guarda che ci sono solo quattro tipi di vino: bianco rosso buono e cattivo. Una sera a una degustazione con uno di quei bianchi a lunga macerazione sulle bucce vedo che assaggiano e non parlano, stanno pensosi. Allora apro bocca: scusate, ma se questo vino fosse fatto da Bepi Moìna di Torreano di Cividale invece che dal tal famoso, lo trovereste interessante o profondamente sbagliato? Bevete il vino o il produttore?

Comunque attenzione, coi tempi che corrono chi vuole farsi pagare per bene tutta questa ricerca, rischia di prendersi una di quelle stramassade…

Il 2008 ha avuto delle rese, in particolare per i bianchi, molto più basse dell’anno precedente, tutto va in bottiglia. Il Tocai costa troppo per quel che è. Penso di trovare più qualità prezzo verso il mare.

Venezia

Clara anche lei col porto d’armi, come tutti in famiglia, ma sa che non sparerà. Metterà gli allarmi, le telecamere, i catenacci, ma una notte di luna scura, tra le due e le quattro, arriveranno di nuovo e speriamo che sia solo per rubare il pesce.

Come avevo già sentito in Piemonte, anche nel nord-est la malavita non trascura più la campagna. Agricoltura fa rima con paura. Mi mostra la carta dell’Europa. Vedi, per loro è come andare da Udine a Milano, tre ore e sono a casa, passano per la Slovenia, da noi la frontiera non è più.

L’altra faccia della paura è la quantità di gente col potere di multarti. Con i Consorzi di Tutela sono otto le autorità che possono castigarti in modo esorbitante, e non per la frode, ma per il vizio di forma, il dettaglio inessenziale. Se anche non vengono in azienda, generano un’insopportabile quantità di costi e lavoro. Corvé incomprensibili, stipendi di funzionari zaristi, PIL immaginario. Basta col vino di carta. Si soffoca.

Quando è ora di adottare una nuova normativa a torturarci, la Regione è sempre unita in prima linea. E pensare che è l’unica regione a tenere insieme tre popoli diversi. Vedi come si chiama? Friuli Venezia Giulia. A nord di Udine il Friuli, centro Cividale. Attorno a Cervignano, qui da noi, Venezia. Dopo Monfalcone, i Giuliani. Lascio Clara che dice dài Marco, bisogna resistere.

Amo l’Annia al mattino presto, la nebbia bassa sulla piana, le canne e là una casa con le bifore. Amo l’azienda con le tante donne — Clara, la mamma e una cantiniera di nome Cosetta, la cui forza fisica mi intenerisce. Amo questi vini di mare, semplici e gustosi.

Lambrusco

nebbia_2 Alla prima indicazione blu per Mantova esco dall’autostrada e prendo la statale. Nebbia fitta, il disco pallido del sole a ore dieci, quel senso di illimitato che Soldati trovava solo in Sardegna, e invece sei in Padania, amico. Guardo solo le scritte tirate a mano sui lenzuoli — no grafica, no stampa digitale — salumi nostrani, zucche, balle per funghi. Sei a casa.

Ho tempo, mi viene voglia di farmi una foto vicino al monumento di Castagnoli fatto da Nespolo in un giardino di Mantova. Avevo ammirazione per il professore. La circonvallazione mi dissuade, attorno alla città più vivibile è il solito inferno. Via allora, pensiamo al lambrusco. Verso Ostiglia, poi a Quistello.

Cantina sociale, un altro girone dantesco di tubi da 4 a coprire tutti i corridoi. Acquisto non il rosato, non il rubino, ma il rossissimo, che ha sostato un po’ più sulle bucce, per il nostro pubblico piemontese che talvolta vuole bere facile, vinoso e spumoso. 170 quintali per ettaro e raccolta meccanizzata per questo vino a buon prezzo che con la crisi è tornato di moda.

Pranzo a San Benedetto Po dietro la piazza meravigliosa di spazio, alla Cantina. Sono solo in sala, pregusto i tortelli di zucca e il somaro con la polenta e una mezza di lambrusco mentre leggo il giornale. E’ allora che la signora, certamente per alleviarmi il silenzio, accende Radio Mantua Me Genuit. Chewing-gum per le orecchie, così lo chiama Giulio, figlio del professore. E sono subito ovunque.

San Martino

mario_mastelloHa chiuso il sipario a San Martino. Il papà di Giovanni, Mario, se n’è andato nel sonno a 92 anni, evitando i camici bianchi e una fine peggiore. Soffriva da qualche anno di una neuropatia che lo obbligava a passettini così corti da lasciarlo sul posto, come quei sogni che ti angosciano. La stessa malattia dell’ultimo Romano Levi.

Giovanni, Mario, ah dolci nomi italiani per sempre.

Chiedo a Giovanni che tipo di agricoltore è andato.

Un agricoltore. Non ci sono molte cose da dire. Non so dirti cosa ho imparato da lui perchè sono cose passate in me con la lunga consuetudine. Che fosse di un’altra generazione l’ho capito quando ho cercato di spiegargli la fermentazione malolattica, ma in vigna non la so più lunga di lui, anzi.

Era un vitivinicultore. Aveva un parente nelle Ferrovie in città e riusciva a vendere le damigiane a Torino a un prezzo più alto di quello che si poteva spuntare a Calosso aspettando i clienti. Non era di quelli che cercavano la quantità di uva. Non che diradasse, ma magari vendemmiava in tre passaggi.

Non ho voluto fare i manifesti mortuari per il paese con mio papà con la cravatta in fototessera, ma a quelle cento persone che sono venute qui per le condoglianze ho mandato un biglietto. E’ una foto di mio papà che lavora a un mastello ovale di legno, tutto concentrato nell’opera. Gli ho messo una frase come l’ho trovata nel libro di Lupano. E’ molto adatta a mio papà.

…spero di non aver dato troppo disturbo al mondo…

Un trebbiatore e un cestaio

caraccioFeste malinconiche che mi fanno pensare a chi non c’è più. A fami d’altri tempi, come quella di Braida il trebbiatore, che passava la vendemmia alla Martini. Costumava portare ciascuno una vivanda e tutte condivise facevano un pranzo. Una volta che arrivò tardi, si guardava intorno famelico. Poi prese due fette di pane, ci mise in mezzo l’ultimo pezzo di crostata e addentò.

Penso alla vita randagia di Caracciò, cestaio. Quelli di sopra hanno nome Caràcciolo, i randagi Caracciòlo Piero. 2000 lire era pagato un cesto di vimini intrecciati. Caracciò, fatti pagare di più. E’ za tut car, si schermiva.

Caracciòlo Piero aveva un gattino sotto la camicia e i cani gli andavano d’attorno. Forse per via della cotoletta che teneva in tasca tra i biglietti da mille? Forse. Ma quando qualcuno tirava un calcio a una bestia, diceva dàllo a me piuttosto.

Caracciòlo Piero aveva capelli lunghi e intrecciati come un rasta o un pastore bergamasco. Con i lembi della camicia teneva su i pantaloni e puzzava come nessuna vacca. Quando l’hanno spogliato per fargli la tac, c’era fieno per tutto l’ambulatorio.

Molti anni fa lo portammo in montagna all’Argentera. C’era la neve e Caracciò era senza calze e con due stivali sinistri tagliati a pantofola. Non aveva mai avuto documenti e al confine di stato sorsero problemi. Nome? Caracciòlo Piero. Nato quando? A Giuglio. Ma Giugno o Luglio? Giuglio.

Allora allargava le braccia e diceva: io pulito. Dieci volte almeno lo disse seguendo il carabiniere, che voltava il naso borbottando: sì pulito mia nonna.

Oggi sta all’ospizio di Incisa. A ottant’anni l’hanno lavato e rasato, non può fumare nè bere, pensa che lì sono tutti matti e fa malinconia vederlo. Date a Caracciòlo Piero il fienile, vino e una scorta di sigarette: camperà sicuro fino a cent’anni.

Novembre minestra

cezanne_01 Quest’oggi solo pezzi di pensieri, che a metterli insieme non fanno neanche una minestra.

Tengo sottocchio il bilancio preventivo 2008 del Comune, che lo ricordo è la più grande azienda del comune. Vedo che le entrate crescono anche quest’anno, di circa l’8 percento, quelle extratributarie addirittura del 15 percento. So come lo chiamano i giornali, io lo chiamo nuovo feudalesimo, con tutti i suoi vassalli, valvassori e valvassini.

In campagna sono usciti i bandi che danno soldi pubblici regionali per investimenti in attrezzature e immobili. Normalmente arrivano 10.000 domande, quest’anno 2.000. Nel frattempo l’indice di indebitamento delle aziende agricole è passato da 100 a 106. Queste notizie mi arrivano da Giorgio Ferrero, che lavora in Coldiretti. Da Giorgio compro un vino novello da uve biologiche di freisa.

Seguendo altre situazioni, vedo l’azienda agricola contrarsi a quello che può fare la famiglia o il titolare, si dismettono terreni che si affittavano perché non c’è spazio per assumere nè per fare profitto. Vogliamo drammatizzare un po’? La chiameremo nuova servitù della gleba.

Intanto i difensori dei poveri hanno rimpinguato le casse con il Salone del Gusto. I presìdi li mettiamo all’Oval, se vendono meno pazienza, non è che gli possiamo regalare metri quadri da 400 euri l’uno. Non importa se ci sono meno visitatori, c’è l’ufficio stampa, parola d’ordine grande successo, l’era dell’ottimismo, la paresi del sorriso.

Del resto, cari visitatori: venti euri per andare al mercato…

Sono stato dietro all’uvalino, un’uva resistente al maltempo, di maturazione tardiva, che raccolta ai santi veniva usata per aiutare la fermentazione alcolica del secondo torchiato. Vive attorno a Costigliole, dove qualcuno cerca di valorizzarlo. Cascina Castlet ne fa una versione importante, Claudio Rosso ne mantiene due filari per una versione semplice che ha qualche affezionato cliente.

Semplice ma curato, come tutti i vini di Claudio. Forse diventerà anche lui un presidio Slow Food, ma ho declinato, optando per il cinismo di quelli che se alcune cose si estinguono c’è la sua ragione.

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Ognuno pranza solo
alla mensa popolare
una zuppa di verdura
ed è subito pera.

 

(Gino Patroni)

Bere è un atto agricolo

niet Impressionato dalla piega delle cose, limite a 0,5 e confisca del mezzo. Invece del consueto e iperbolico aumento della pena, non bastava qualche controllo in più all’ora e nel posto giusto?  Così invece non so se si risolve un problema di sicurezza, ma certo si va a toccare quel po’ che resta di radicamento alimentare.

Ma impressionato ancora di più dal silenzio che accompagna la piega. Ehi laggiù a Bra, sveglia! Se mangiare è un atto agricolo, anche bere lo è.

E’ vero che dai comodi uffici al Boccondivino vi basta attraversare la strada e potete prendervela lenta. Ma è di questo passo che domani faranno il test al pedone per confiscargli le scarpe, e allora rimpiangerete il silenzio perbene di oggi.

E soprattutto, noi commessi viaggiatori, pony espress, pendolari e trasfertisti, italiani reali che andiamo a letto senza mohito, noi saremo condannati al pranzo con la coca o l’acqua Lurisia senza che alcuno si alzi e dica che è in gioco una cultura del cotto e del fermentato?

E il sabato dovremo comprare la Guida al Vino Quotidiano?

Non penseremo semmai che l’espressione alluda alla salamoia dei pesci in barile, o sia un titolo fuorviante come un altro per un database di Farinetti?

Falanghina

falluto_03Oh economia, scienza triste delle risorse scarse, che fai dei nostri viaggi meno dei soggiorni che delle incursioni, tu che comprimi e frammenti la conoscenza degli altrove, distogli oggi il tuo sguardo da me e lasciami parlare della falanghina.

Giovinezza di Alfredo Falluto, che mi ha sorpreso e non so dire perché, con i capelli tutti neri e la figura sottile. Dice, fino a 18 anni ricordo la vita come una successione di tappe, poi diventa un’unica massa di tempo dominata dal lavoro, in cui faccio fatica a isolare perfino la nascita di un figlio. Il figlio Francesco nel cortile gioca con un enorme aereo di carta piegato da un manifesto elettorale. Dice, mi conto tra quelli che non hanno capito come funziona e perciò stanno a faticare anche per altri. Ohi come mi suona famigliare quell’insieme lì.

Siamo nel Sannio, a Guardia Sanframondi, nell’azienda agricola Corte Normanna. Siamo a 400 msl. Aglianico e tre bianchi, falanghina greco e fiano. La falanghina è pianta vigorosa, vino con fiori e frutta, il greco ha un carattere più nordico e profumi minerali, col fiano siamo di nuovo a fiori e frutta ma con bassa acidità e un’interessante morbidezza.

A valle sulla sabbia stanno le cantine sociali. Spuntano un po’ di prezzo sulle uve migliori ma così fanno il vino con quelle meno belle e sputtanano il nome della falanghina beneventana. Dice, e del resto se tu fossi Mastroberardino che uve compreresti?

Qui il suolo è argilloso, misto qua e là a ciottoli e sabbia, su sostrato vulcanico. Sulle pendenze è soggetto a erosione. Il suolo è tra le cose in cima ai pensieri di Alfredo. Vi è una forza che spinge i tralci anche a stagione inoltrata ed è un continuo sperimentare come limitare le foglie per favorire i grappoli.

Dice di essere stato biologico per 5 anni, ma di avere concluso che sia più marketing che verità. I trattamenti calendarizzati possono lasciare nel suolo tanto rame da creare una fitopatologia, mentre i sistemici che usa lui, con tempo di carenza di 28 giorni e sospensione 40 giorni prima della vendemmia, non lasciano residui. Dice, ho ricevuto un suolo integro da tre generazioni prima di me e così voglio lasciarlo alla quinta.

Dice di essere tra quelli che avanzano ancora qualcosa da investire nell’azienda, ma che non passa giorno che non si chieda chi glielo fa fare. E’ l’economia del nonostante. Nonostante il consorzio di tutela che non funziona, nonostante la burocrazia che ti spreme, nonostante la malavita, nonostante le leggi che premiano chi non paga*. Nonostante Mastella.

guardia_vinaliaLa sera partecipiamo agli assaggi di Vinalia, una piccola fiera di produttori del territorio che si svolge in paese. Gioventù e gente da fuori, quelli del posto seduti sull’uscio, un trio jazz accompagna i saliscendi di Guardia, sembra subito qualità senza nome.

* Lo sapevate che… il governo Prodi ha elevato a 15000 gli euri di credito necessari per chiedere istanza di fallimento e il governo Berlusconi a 30000, a tutela dei posti di lavoro del debitore — come se non esistessero i posti di lavoro del creditore — e che per aprire un procedimento devi intanto versare una tassa di registro e poi devi aspettare quanti anni per chiudere. Ecco come una norma per scoraggiare gli eccessi castiga la media.

La qualità senza nome

soldati_copDue libri mi guidano. Uno è Vino al vino di Mario Soldati, l’altro è The Timeless Way of Building di Christopher Alexander.

Nel primo trovo un modo d’incontrare il vino che, si parva licet, è anche il mio. Il secondo mi è stato regalato da Adriano Comai (ciao Adri! grazie ancora) per un compleanno di anni fa, quando ancora credevo nella Rete. E’ un libro sui luoghi in cui ci sentiamo a casa nostra, perché hanno la qualità senza nome. Mi disse allora che era diventato un culto degli studiosi di astratti linguaggi informatici, ma francamente non ho mai capito bene perché. Però è un libro che ho amato da subito, perché apre porte. Sarebbe istruttivo fare un giro col libro di Alexander in mano per le meraviglie dell’ultima urbanistica del mio territorio, la Torino che non sta mai ferma — piazza Valdo Fusi, il Palazzo di Giustizia, il Nuovo Duomo al Piero della Francesca, la Spina 3, il PalaFuksas.

Voglio tradurre alcune righe di Alexander.

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alexander_cop Al centro sta una qualità della vita e dello spirito di un uomo, una città, una costruzione o un paesaggio. Questa qualità è oggettiva e precisa, ma non può essere nominata.

La ricerca di questa qualità è la ricerca centrale di ciascuno e il nodo di ogni storia individuale. E’ la ricerca di quei momenti e situazioni in cui siamo più vivi.

Il carattere di un posto è dato da certi modelli di eventi che vi avvengono con continuità.

I modelli specifici di cui è fatta una costruzione o una città possono essere vivi o morti. Nella misura in cui sono vivi, le nostre forze interne sono sciolte e ci sentiamo liberi; ma quando sono morti, siamo bloccati in conflitti interiori.

Quanto più i modelli di un posto — una stanza, un palazzo o una città — sono vivi, tanto più quel posto è un tutto unico, tanto più è luminoso, tanto più possiede quel fuoco che si autoalimenta e che si chiama la qualità senza nome.

E quando una costruzione possiede quel fuoco, allora diventa parte della natura. Come le onde del mare o l’erba di un prato, le sue parti sono governate dal gioco senza fine della ripetizione e della varietà che si creano nella presenza del fatto che tutte le cose passano. E’ questa la qualità stessa.

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La sensibilità per la qualità senza nome è la chiave di tutti i viaggi di Soldati alla ricerca del vino genuino. Non c’è guida migliore per capire il nesso vino-luogo — terroir direbbe il professionista. Tra le molte citazioni, ne sceglierò una dedicata a quelli che la soluzione è una nuova Denominazione Controllata.

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A volte, infami vini sono legittimi: e altri, illegittimi, squisiti. Perché la legge, nel suo sforzo, nobilissimo ma in estrema analisi vano, di essere uguale per tutti, finisce, a volte, col proteggere chi, applicando scrupolosamente la lettera, più nel profondo vìoli lo spirito.