Tre merlot

Sul Merlot ho due ormai lontani ricordi. Amalia Battaglia di Cascina Corte NON beveva Merlot. Batman Battuello riteneva che in molti Baroli d’esportazione ci fosse una certa quantità di Merlot. Probabilmente hanno in comune lo stesso presupposto: il Merlot è l’antitesi del terroir.

Il successo del Pomerol e St.Emilion sulla scena globale è degli anni ’80, in Piemonte molte vigne di Merlot hanno una ventina d’anni. Negli anni ’90 infatti vanno di moda dei blend di locale e globale, che so barbera nebbiolo cabernet sauvignon, invecchiati in legno. La moda è passata, i blend sono confinati nella denominazione Langhe con un mercato residuale, in Monferrato il Merlot si è adattato all’epoca delle varietà in purezza con un mercato ancora più difficile.

Alla Viranda si considera il Rus ‘d Vitorio, il loro Merlot in purezza, una bottiglia da tedeschi. Ciò non ha niente di spregiativo, semplicemente i piemontesi non bevono e tanto meno comprano una bottiglia di Merlot neanche sotto tortura. Nella scala delle difficoltà commerciali il Merlot sta un gradino più in basso ancora del Cabernet Sauvignon. E invece il Rus ‘d Vitorio 2010, che esordisce con una macerazione di 60 giorni, è un rosso che ha potenza, struttura e una trama vellutata che vuole ancora qualche tempo per esprimersi. Rapporto qualità prezzo eccezionale.

Gianni Doglia fa un Merlot in purezza più legnoso, che chiama !, un grosso punto esclamativo. Ne fa 1000 bottiglie, costa quasi il doppio del Rus ‘d Vitorio, ma non è buono il doppio. A detta di non so quale critico che scrive sulla Bugiarda è il Merlot più buono d’Italia, compresi i toscani.

Andrea Binello di Pianfiorito ha voluto piantare dei vitigni internazionali – Sauvignon, Syrah e Merlot – solo qualche anno fa, è da poco in produzione. Il suo Merlot è maturato in acciaio e mi è piaciuto molto. E’ caldo, morbido, con le sue giuste cose di prugne ma non troppo marcate, con un rapporto qualità prezzo buonissimo. Un Piemonte Merlot, perfetta contraddizione in termini.

Design

paletta_534Questa paletta fu fatta da Mario Bianco 20 anni fa, in quel laboratorio che si intravede sulla destra. Gli ci volle una giornata intera di lavoro metodico e perfezionista. Sorse al di fuori dello scambio monetario: la parte che raccoglie è un pezzo di lamiera di copertura precisamente piegata, l’asta viene da un pezzo di castagno squadrato e rifilato, il manico, così ergonomico, da un altro scarto di legno ritornito, i rivetti che le hanno dato solidità erano chiodi da cerchi di botte recuperati, tagliati e ribattuti a misura. Broche ‘d cerc, in lingua originale, ma l’alfabeto scritto non rende giustizia — la b si liquidizza in una v, la r che segue si arrota, la seconda e si allarga in una quasi-a. Qui in Monferrato l’esplosività del piemontese si combina con un’impostazione consonantica non ubriaca ma alticcia e le vocali si moltiplicano in mezze misure.

Questa paletta mi fa pensare.

Al tempo mai perduto in distrazione e se sia vero che le opere da sole non salvano. Al design di un oggetto fatto per essere molto usato e per durare più di se stessi, che diventa anzi più bello con gli anni. Alla languida catena delle generazioni e alla compresenza di vivi e di morti. Al saper fare che non c’è più e a quanto ne sentiranno la mancanza i tempi che vengono. Alla qualità senza nome. Alla verticale caduta di qualità degli oggetti circostanti a cui ho potuto assistere brevemente vivendo. A come sarebbe possibile che il vino sia cattivo dove si raccoglie la rumenta con tale paletta — il mitico Lato B senza solfiti aggiunti.

Ho il privilegio di usare quotidianamente da sei anni una scopa fatta da Mario come quella accanto alla paletta, perfetta per il marciapiede, che mi fa da aia. Credo di averla portata ai tre quinti del suo ciclo vitale e di avere cambiato nel frattempo almeno sei palette. Ho spazzato con lei due quintali circa di cicche e cartacce senza spingermi a chiedermi come mai non ci fosse qualcuno in divisa a farlo per me, visto quello che pago di immondizia. Una scopa che dà pace.

Weltanschauung

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Ogni tanto leggo un articolo che parla di agricoltura, cerco un segno meno e non lo trovo, neanche fosse il resoconto di un piano quinquennale. Anch’io incontro aziende agricole col segno più, più fatturato, più esportazione, più tasse, più costi e più resa marginale decrescente. Sono quelle che non ci possiamo lamentare.

Ma i vini migliori li trovo dove è il senso delle ultime cose, dov’è un Geremia. Come mai? Dove s’interrompono la languida catena delle generazioni e i prevedibili nessi di causa effetto, il vino si spoglia di componenti calcolati e diventa espressione.

Ma espressione di che?

C’è quello che sessantenne non gli rimane che giocare e combattere perdente con le etichette, come se il problema fosse lui che dichiara barbera un vino senza doc, e non le centinaia di migliaia di bottiglie contenenti vino scadente con la docg autorizzata.

C’è quello in via di convinzione che non solo le mezze, ma spariscano le stagioni intere, estati e inverni mediocri che rafforzano gli insetti di tutte le famiglie. Che quando c’era mio papà erano inverni di vero gelo, la terra per 20 centimetri dura come un metallo, oggi si piantano barbatelle a gennaio.

Le barbatelle… Una volta le vigne duravano 70 anni, oggi dopo venti devi rifare tutto. Le piante come noi. Eppure dice che la vita aumenta, noi si dura. Rispetto ai nostri vecchi siamo come fotocopie. Uguali? No, sbiaditi.

Il primo da anni non dirada, custode di un equilibrio concorrente tra viti e infestanti, produttore di vini *enormi*. Il secondo dirada, ma in cantina è un Lao Tse del non agire, produttore di unico vino questo sì libero senza circuito.

Cotto

Forzandomi all’utilità più che all’espressione, tralascio il disgusto — per le piccole carriere dell’organolettico, i corsi che lo insegnano e le guide che lo praticano davanti a vuota platea, per i trucchi di cantina e più quelli legali, ma anche per le fiere di vini bio, più numerose dei dipendenti comunali. Per il rapporto da 1 a 10 tra la tassa rifiuti che paga un residente a Bruxelles e un residente a Torino, per il rapporto da 80 a 100 tra i km che faccio io e quelli che fa lui con la stessa cifra. Per Bisanzio la settimana prima che entrino i Turchi. Per questo stesso post — e parlo di un libro.

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La ragione per cui cerco di diffondere Cotto di Michael Pollan sta nel sostegno morale estetico e oserei dire organolettico all’atto di prepararsi da mangiare e di mangiare a casa. Che siano vere a un tempo le due cose, che il reddito disponibile è minore (metodico trasferimento di ricchezza dal privato al pubblico) e che si mangia fuori sempre di più, costituisce una di quelle misteriose contraddizioni che crescono da dentro come una verza, componente l’insostenibile della nostra storia.

Dopo Cotto, braserai più consapevole che soffriggere e attendere le virtù del fuoco basso è pure una cura dell’anima. Metterai nel cassetto il sogno di arrostire sulle braci un maiale intero, regredendo alla tribù intorno al fuoco ipnotico. Ti coinvolgerà il movimento post-pasteuriano dei fermentos, sentirai l’amicizia del batterio. Rimpiangerai di non avere il tempo di farti il pane.

Un libro anti-industria, in fondo anche contro quella specializzazione del lavoro che è premessa insieme alla simpatia e allo scambio tra uomini, e perciò adattissimo al medioevo che viene.

Somma termica

Sentito il Presidente del Consiglio annunciare come razionale che i controlli non avvengano più uno dopo l’altro, ma tutti in una volta. Contando 14 controllori abilitati in agricoltura (fonte Coldiretti), viaggianti in coppia, che forma prenderà la visita? Non era meglio abolire qualche tipo di sbirro?

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In vendemmia si sono ripetuti i controlli con elicotteri, foto aeree e vari dispiegamenti di forza, la Repressione Frodi e l’Ispettorato del Lavoro devono essere adesso accompagnati dai Forestali, che hanno le armi.

In Veneto ci sono stati dei problemi enormi, ma almeno il Presidente della Regione ha esortato gli sbirri ad andare a controllare le scadenze nei supermercati durante la vendemmia. In Piemonte invece la certificazione della qualità è sacra, come le tasse e i debiti.

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Claudio Rosso ha dovuto declassare la Barbera Superiore San Martino, la commissione di esaminatori l’ha trovata difettosa, con tratti ossidati e maderizzati. Il colore peraltro era a posto, dettaglio che già non quadra. Claudio ha avuto il torto di sottoporre oggi alla commissione la bottiglia invecchiata, è meglio, come sanno i barolisti, fare domanda d’idoneità subito, prima dell’invecchiamento, processo che evidentemente aggiunge e toglie troppe più cose di quante i sensi degli esaminatori siano disposti ad ammettere.

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L’annata è stata un’enciclopedia delle malattie, oidio, peronospera, tignola, suzukii e flavescenza. Portare a casa dell’uva decente è costato il 50% in più, tra prodotti e manodopera, e la quantità è scarsa, talora anche il 50% in meno. I biologici hanno avuto vita dura, ma anche i prodotti sistemici non hanno dato grande prova di sè.

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Massimo Rivetti è in conversione biologica. C’è sullo sfondo un movimento in Langa verso il bio, Ceretto per esempio, e in azienda l’entrata di uno dei figli. Ma è tempo che gli sento esprimere una convinzione interiore, una contentezza.

Sembra che l’annata, problematica o deprimente altrove, sia stata a Neive dignitosa. Non ha grandinato, non ha piovuto troppo e le uve, in particolare il nebbiolo e nonostante una somma termica inferiore di un quarto all’anno prima, sono più che decenti.

In cantina poi Massimo ha avuto una fermentazione liscia e veloce. Tende ad attribuirne la causa ai nuovi metodi colturali, dicono che il rame ostacola la fermentazione, ma io dovrei dire che la favorisce, usiamo solo rame.

Mi mostra una decina di barrique messe in verticale dove sperimenta una fermentazione più lunga, con batonnage e ossigenazione maggiore. Se mi soddisfa, investirò in qualche tino troncoconico. Sorride, pensando a come i passi avanti somiglino a passi indietro.

Ricetta

Quando c’è vendemmia, vado in campagna il meno possibile. Il sunto sembra essere: magrini i bianchi, magrino il dolcetto, la barbera buona qua meno buona là, il nebbiolo forse si salva, se questi ultimi giorni sono clementi. La vendemmia grassa l’hanno fatta le industrie farmaceutiche, il doppio dei trattamenti.

Il vero affare quest’anno era nelle nocciole, apprezzatesi del 150% in due anni, altro che titoli di Stato, per via di una gelata turca e una Ferrero che sta nel mercato globale come il giusto nella terra di Canaan.

Un piantino di nocciolo dal vivaio va oggi a 5,00 euri, mi ha detto un uomo il cui fratello era a conoscenza della ricetta della Nutella, scesa pur troppo nella tomba insieme a lui.

L’uomo ha aggiunto quanto la Ferrero arriva a pagare un quintale di tonda gentile di Langa sgusciata, pelata etc. Dividendo l’importo per 400 grammi, si rimane dubitosi di quante nocciole siano presenti in un medio barattolo di Nutella, e certi del profondo mistero della sua preparazione.

Rootius a Macon

Qualche giorno in Francia, come un anno fa, come unica finestra sul mondo Le Progrès (piccola finestra, non si vede quasi niente). Un anno fa lessi sulla rovina prossima ventura, mi preparavo a fare scorte – come, con cosa. Il reddito mi ridusse a più miti consigli. Quest’anno, con la perplessissima letizia del sopravvissuto, mi sono dedicato a letture quacchere, cercando se potrei essere un uomo pio, sarebbe un altro modo di vegliare, meno costoso.

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Molte targhe olandesi, chissà se si sentono a casa per risonanza storica o enogastrò. Ne vidi accampate da Franck Besson, sotto cielo non incline a simpatia, in quindici giorni mai sopra i 23 gradi, di notte 10. Non posso credere che sia un’annata decente, eppure vedrai le gazzette quando si vendemmia. Con Franck inauguravo le foto di mani, non volti che imbarazza l’agricolo. Non ebbi tempo e lingua per spiegare lo spirito del progetto, così le gettò lì non sue su un cartone, mani senza pensiero eppur di fretta.

Un piccolo quadro olandese mi chiamò, Autoritratto dell’Artista con Famiglia, di Rootius a Macon, quello che c’è in rete non rende giustizia. Solo visitatore, non potei starci lungamente esposto, il mezzogiorno urgeva e un plotone di usceri e usciere faceva così col piede per rispettare l’orario 10-12. Ecco perché non posso credere che i cugini se la caveranno meglio di noi, Le Progrès bastava per farsi un’idea della corrente principale, più debito la soluzione unica, come qui.

Bevvi in poche occasioni, trovando più conforto in un Aligotè – mi sembrò un vermentino – che in uno Chardonnay di Borgogna – cosa c’è da celebrare? Un 1er cru di Saint Aubin del 2008 mi parve inespressivo, a meno che non mi stesse dicendo di spendere il doppio per un’esperienza dignitosa. In un bag-in-box che costava come i miei trovai la metà di qualità. O sbagliai enoteca, o sperimentai del vino quella polarizzazione crescente che offrono i giorni, i ricchi più ricchi, i poveri più poveri, la classe media in dissolvimento.

Per non dire della difficoltà a tenere insieme i vini e una cucina di idiosincrasie e frette e intolleranze, e di preferenze col tempo rovesciate, dalla sinistra convivialità all’autoritario e silenzioso raccoglimento della solitudine gastronomica, che ti lascia mentalmente ringraziare, masticare con cura e chiederti se non avesse ragione quel ruteno, che divideva il vino in due sole categorie, quello che fa e quello che non fa male.

Frizz_andino

Strade Sterrate! Le uniche ormai a consentirti di scorciare. Oh gioia euclidea di unire sobbalzando due punti per la via più breve, dimentichi per un tratto del tortuoso senso unico urbano, imposto dall’indimostrabile intelligenza assessorile del bene comune. Quanto risparmio di tempo e di carburante e di inquinamento dalla semplice abolizione del Senso Unico! Questa sì sarebbe una riforma, che libera energia psichica, che ti scatena dallo spazio amministrato.

Anche solo per queste associazioni d’idee saremmo sostenitori del Collettivo Strade Sterrate, una blanda rete di viticoltori bio con attestato o senza, il cui elenco deve stare soprattutto nella loro testa, perché non sono riuscito a entrarne in possesso.

rossounito

Strade Sterrate si materializza per ora in due vini, RossoUnito e Bolle Senza Frontiere, concepiti come unione di vini di provenienza diversa attratti dall’amicizia e l’idem sentire di chi li fece. Nel rosso, imbottigliato a Offida, abitano il Sulì del Cont di Claudio Solìto della Viranda, il Piceno di Aurora e del gaglioppo calabrese di non ricordo chi. Risultato buonissimo, rapporto qualità-prezzo da nodo al fazzoletto.

Vini di vini dunque, un settimo continente dei terroir, che trova meno consistenza nell’orgoglio del sostrato geologico che nella nostra comune ignoranza dell’humus.

bollesenzafNel bianco abitano del cortese di Valli Unite, del pecorino di Aurora, un po’ di mantonico calabrese e del mosto di chardonnay di Claudio Solìto. E’ un rifermentato in bottiglia ma sboccato – si vede che a Claudio non piace il sedimento. E’ lui infatti che l’ha imbottigliato. Anche le bolle sono BPG – buone pulite e giuste.

Sono etichette dove c’è da leggere, perciò ne riporto le parole.

Rossounito. Questo vino nasce da un progetto tra viticoltori prevenienti da territori lontani ma vicini nei valori e nel modo di sentire, che vogliono confrontarsi, rompere con gli stereotipi culturali ed affermare la superiorità della sola e unica madre terra, mescolare la passione per la vita/e e i suoi molteplici linguaggi per dare l’avvio ad un’unica musica.

Bolle Senza Frontiere. La salvaguardia del territorio, la restituzione del valore della socializzazione, dell’incontro e della discussione, sono gli obiettivi del Collettivo Strade Sterrate che, dopo Rossounito, coinvolge altre persone ed esce con questo vino frizz_andino, sinonimo di festa e leggerezza. Un viaggio al di sopra di ogni mercificazione.

San Giovanni

4_miliardiDi dieta frugale, occhio e favella sugli ultimi giorni, quanto sia entusiasta Giovanni Battista di finire patrono di tale municipio, ti lascio immaginare. Col principe del debito governatore, la sorella di Baricco in Consiglio e Antonella Parigi alla Cultura, il 24 corrente mese tengo aperto per mia penitenza personale, col cartello sottoscritto da Giovanni in persona, Niente da Festeggiare.

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Il vignaiolo ruteno, che vidi una volta in cucina consultare un repertorio di rimedi omeopatici, mi aspetta sul cancello. Ho appuntamento. Una volta lasciavo tutto aperto, adesso quando sento un’auto spio da dietro la tenda. Se è bianca, libero i cani e faccio il morto.

Dev’essere qualche tipo di sbirro, che viene a casa mia a dirmi come devo fare, a sfilarmi dei soldi con una multa. La misura è colma, ho messo in vendita l’azienda, casa cantina terra, torno in Rutenia.

Per vent’anni ho cercato di diventare italiano, non mi hanno neache dato la cittadinanza, tra me e mia moglie non facevamo un reddito abbastanza alto. Per forza, guardavano il reddito agrario. Non poter votare mi rodeva.

Ma oggi ringrazio di essere rimasto ruteno. Quello che una volta mi piaceva degli italiani, l’arte di arrangiarsi, di trovare esiti tortuosi di fronte alle leggi, oggi mi appare come invidiosa piccolezza, che li lascia alla mercé di uno Stato costoso e invadente.

In Rutenia in fondo, quando i funzionari centrali salivano con le loro pretese, abbiamo sempre avuto la santa ispirazione di cacciarli con le nostre forchette (forconi, ndr).

Grave

Questo non è un paese per la manutenzione ordinaria, se vai per lambrusco la Secchia rompe gli argini, se vai per bianchi aromatici si radunano gli alpini e a Pordenone raduno alpini vuol dire die totale Mobilmachung — difficile trovare da dormire e poca attenzione in cantina.

Recommi da Gelisi Antonio per il Vino della Santa Messa, in una Grave vitata tra i capannoni. Raccoglievo le scatole quando Antonio ebbe lo scrupolo di accertarsi: Ma lei è un commerciante di articoli religiosi, vero?

Mi vidi da prospettiva nuova, ilare luce mi attraversò. Dunque potevo sembrare questo, e ciò nonostante il furgone da zingaro. Confessai il vero.

Ah no, allora mi spiace ma non posso darglielo. E’ un vino per le parrocchie, ho un’autorizzazione da diritto canonico, c’è una procedura, l’uva va lavata, appassita per cinque giorni eccetera, non posso vendere le bottiglie così, sarebbe un mettere le cose sottosopra. E’ come un vino kasher. Sì, ma un vino kasher lo potrei ben vendere. Ben valà, te lo sè come i zé i ebrei co i schei. No sse fa gnente.

Da Quinta della Luna una Grave più selvaggia si presenta come sasso. Avrà un diametro di 15 cm, rotondo ma non levigato, sta sul banco e ferma un foglio scritto a mano, Sono un sasso e mi esprimo nel silenzio. Anticipava il letto della Cellina, vero pezzo di luna sassosa, che lungamente traversai in direzione Spilimbergo, per trovare cosa cercavo.

Tornai per i colli trevigiani in cerca di idee. Amai con gli occhi Susegana e finii dal grande Gregorio. Ebbi in dono una sopressa e storie. Mi piacque quella di Bisol, produttore di successo e uomo più elegante del mondo, che vendette quote di prosecco per il tenore di vita.

Dormii nel silenzio della zona industriale di Thiene – esso scade alle 6:00 – dopo aver cenato con un amico che fatica a respirare. Avrei voluto che fossimo quaccheri, capaci di aspettare nel silenzio, invece onorammo la nostra essenza e il più e il meno impreziosirono di fiato stentato.